– Dalla piazza al feed, dal megafono all’algoritmo, cambia il modo di raccontare il dissenso, ma anche la percezione da parte dell’ascoltatore. La differenza non è solo musicale: è storica, culturale, perfino antropologica
Il 28 gennaio, quattro giorni dopo che gli agenti della Customs and Border Protection avevano sparato e ucciso Alex Pretti a Minneapolis, è apparsa online una nuova canzone di Bruce Springsteen intitolata Streets of Minneapolis. Con questo brano, il rocker del New Jersey voleva esprimere la sua solidarietà con una città sotto “gli stivali di un occupante”, mentre agenti del DHS e dell’Ice irrompevano nelle case, intimidivano osservatori pacifici, arrestavano cittadini statunitensi e, con le sparatorie contro Pretti e Renee Nicole Good, uccidevano persone per strada. Streets of Minneapolis è una canzone di protesta a risposta rapida.
Springsteen non è stato l’unico artista a colmare questa lacuna. Il cantautore britannico Billy Bragg ha pubblicato City of Heroes, un’opera vivace di agitprop turbo-folk che evoca First They Came di Martin Niemöller. Le band punk nofx e Dropkick Murphys hanno aggiornato vecchie canzoni con nuovi testi anti-Ice. All’inizio di gennaio, la decana del roots-rock Lucinda Williams ha pubblicato The World’s Gone Wrong, un disco che cerca di catturare la trama della vita quotidiana in mezzo a una crisi latente: il prezzo delle lunghe ore di lavoro, il lontano ronzio della guerra, le piccole consolazioni dell’arte. Il tipo di dissenso di Williams è improvvisato e laconico: «Il presidente degli Stati Uniti può baciarmi il culo», ha detto al pubblico durante un recente concerto a New York.
Adesso, mentre Bruce Springsteen scende in campo con un tour insieme alla E Street Band per difendere la democrazia americana, anche gli U2 riaccendono i sacri fuochi del rock per protestare contro i tiranni (Trump, Putin e Netanyahu e chi minaccia le libertà e contro la guerra, pubblicando l’EP Days of Ash: cinque canzoni nate dall’urgenza di affrontare temi di scottante attualità, dalle sparatorie di Minneapolis, al genocidio di Gaza, dalla guerra in Ucraina alla repressione delle rivolte nell’Iran degli ayatollah.
La canzone di protesta minaccia un ritorno, come spesso accade durante i periodi di tumulto nazionale: nel 2004 con l’uscita dell’album dei Green Day American Idiot e la compilation Rock Against Bush e War (If It Feels Good, Do It!); nel 2015 quando Kendrick Lamar ha pubblicato il suo inno, seppur ambivalente, Alright; nel 2017 con il “boom” della musica anti-Donald Trump, che però non si è mai concretizzato in un movimento; nel 2020 in occasione dell’omicidio di George Floyd e delle proteste che ne sono seguite, dando vita al movimento Black Lives Matter.
Al suo meglio, la musica di protesta riusciva a canalizzare e focalizzare i sentimenti del pubblico, e a chiarire la posta in gioco del momento: Which Side Are You On?” (“Da che parte stai?”) chiedeva una canzone del 1931 di Florence Reece, scritta per gli United Mine Workers in sciopero nella contea di Harlan, nel Kentucky.
Negli anni Sessanta la canzone di protesta aveva un bersaglio chiaro e un pubblico compatto. La guerra in Vietnam, i diritti civili, l’assassinio di Kennedy e di Martin Luther King. L’America si guardava allo specchio e non si riconosceva. E allora cantava.
Bob Dylan non era soltanto un autore: era un cronista poetico. Blowin’ in the Wind o The Times They Are A-Changin’ non chiedevano interpretazioni sofisticate. Erano domande lanciate come pietre. Joan Baez trasformava il folk in una liturgia laica, mentre Crosby, Stills, Nash & Young portavano la protesta sul palco di Woodstock, davanti a centinaia di migliaia di ragazzi convinti di poter cambiare il mondo.
Quella musica aveva tre caratteristiche decisive. Primo: era collettiva. Non parlava a nicchie, ma a una generazione intera. Secondo: era semplice. Chitarra, voce, testo comprensibile. Terzo: era rischiosa. Cantare contro la guerra o contro il governo significava esporsi davvero. La canzone era un volantino cantato. La radio e i raduni facevano il resto.
La canzone di protesta del 2026
La canzone di protesta del 2026 è curiosamente rivolta al passato. A volte queste canzoni situano gli eventi attuali in un arco temporale più lungo: City of Heroes di Bragg parla di imparare “le lezioni della storia” e Black Tears di Lucinda Williams dichiara che “quattrocento anni” di violenza anti-nera nelle Americhe sono “abbastanza”. Spesso, si preoccupano di inserire gli orrori di oggi nel disco. Quando Springsteen canta “dell’inverno del ‘26”, canta come se fosse già finito, conferendo una solennità d’archivio a eventi che molti di noi vivono principalmente attraverso flash di video di breve durata.
Chitarre elettriche taglienti e armonie gospel un tempo servivano a strappare il vecchio idioma folk al violento presente, come accadde quando Crosby, Stills, Nash & Young registrarono la lacerante Ohio in risposta alle stragi alla Kent State, nel 1970.
Eppure, nelle canzoni attuali di artisti rock storici, tali elementi non accentuano l’immediatezza degli orrori di quel periodo, ma piuttosto li osservano attraverso un filtro seppia. La canzone di protesta anela alla storia.
I tempi stanno cambiando cantava Dylan negli anni Sessanta. Quando Springsteen canta Streets of Minneapolis, evocando le tensioni razziali, non parla a un’America unita nella contestazione. Parla a un Paese diviso, dove ogni evento è immediatamente politicizzato e filtrato da media contrapposti. Billy Bragg, in City of Heroes, continua la tradizione britannica della canzone sociale, ma lo fa in un’epoca in cui la classe operaia non è più un blocco omogeneo e la solidarietà si misura in hashtag. Gli U2, con Days of Ash, raccontano un mondo attraversato da guerre e macerie morali, ma la loro voce è quella di superstar globali, non di ragazzi con la chitarra in un campus.
Intrappolata tra nostalgia e immersione paralizzante nel feed, la canzone di protesta oggi sembra aver perso parte del suo potere di confronto e mobilitazione. Anche quando prende una posizione audace – vedi Hind’s Hall, la canzone di Macklemore a sostegno del movimento di solidarietà palestinese nei campus universitari – tende a sembrare semplicemente più un notiziario, un commento, un post. “Vediamo le bugie in loro / Affermando che è antisemita essere antisionisti”, rappa Macklemore, il cui testo è più un riassunto che un incitamento.
La differenza è evidente: la protesta non è più un coro, è una testimonianza individuale. Non mobilita masse; accompagna coscienze.
Dal megafono all’algoritmo
Forse la canzone di protesta è cambiata perché anche il nostro ascolto è cambiato. Allora la canzone viaggiava per radio, dischi, concerti. Oggi attraversa piattaforme digitali dove convive con milioni di altri contenuti. La protesta deve competere con meme, pubblicità, intrattenimento continuo. L’indignazione dura il tempo di una notifica.
A più di un decennio dall’inizio dell’era dello streaming, la musica è stata radicalmente svalutata, con gli artisti che portano a casa meno entrate che mai dalle loro registrazioni e gli ascoltatori che hanno smesso di pensare alla musica come un prodotto di lavoro qualificato, qualcosa per cui vale la pena pagare direttamente. Insieme a questa svalutazione economica, come ha scritto la giornalista Liz Pelly, si è assistito a una diminuzione della funzione sociale della musica, «relegata a qualcosa di passabile, che riempie l’aria per soffocare i pensieri interiori dell’impiegato». Quando il modo dominante di ascoltare musica registrata è più o meno inconscio, la canzone di protesta difficilmente può contribuire a plasmare la coscienza politica.
Dylan, pur rifiutando l’etichetta di “portavoce”, fu percepito come un profeta. Baez incarnava una coerenza militante. Crosby, Stills, Nash & Young davano voce a una comunità generazionale. Springsteen, Bragg, gli U2 sono invece artisti maturi, istituzionalizzati. Parlano dall’interno del sistema, non dai margini. La loro critica è spesso meditativa, meno incendiaria. Non gridano “abbattiamo il sistema”, ma “guardiamo cosa siamo diventati”.
La fine dell’innocenza
Oggi, la musica più emozionante che emerge dalle proteste contro l’ICE non è quella di artisti di fama, ma di gruppi di persone comuni, come una grande folla che si è radunata fuori dal Minneapolis Marriott City Center per cantare una canzone intitolata It’s Okay to Change Your Mind agli agenti dell’ICE che alloggiavano nell’hotel. Streets of Minneapolisdi Springsteen raggiunge il suo apice quando si sente il coro “fuori l’ICE!” esplodere durante l’ultima strofa, una folla di voci che si intromette e sovrasta la canzone. Quando il Boss del rock la suonò a Minneapolis, la folla si unì a lui e quasi lo sovrastò. Forse è più corretto dire che la canzone sa, a un certo livello, di non essere all’avanguardia della politica di opposizione, ma piuttosto di essere solo un passo indietro.
Molto probabilmente la differenza più radicale sta nell’orizzonte emotivo. Negli anni Sessanta, nonostante tragedie e repressioni, esisteva una convinzione diffusa: il cambiamento era possibile, imminente, quasi inevitabile. Oggi domina un realismo disincantato. Le canzoni contemporanee non promettono rivoluzioni; chiedono responsabilità. Non cantano “we shall overcome” con certezza; al massimo suggeriscono “we must try”. La protesta è diventata più complessa, più ambigua. Meno slogan, più sfumature. Meno utopia, più coscienza.
Se c’è un filo rosso che unisce Dylan a Springsteen, Baez a Bragg, CSNY agli U2, è l’idea che la musica non sia solo intrattenimento. Che possa ancora interrogare il potere, raccontare le fratture, dare voce a chi non ne ha. La forma cambia. Il contesto muta. La piazza diventa digitale, il megafono diventa algoritmo. Ma ogni epoca produce le sue canzoni necessarie. Negli anni Sessanta la protesta era un incendio collettivo. Oggi è una brace che resiste sotto la cenere del rumore globale. Meno spettacolare, forse. Ma non per questo meno urgente.
E se la storia insegna qualcosa, è che anche le braci, a volte, sanno tornare fiamma.
