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Da Consolini a Brancale, le mamme di Sanremo

– Nella liturgia del Festival c’è sempre una madre. E, spesso, è vincente. Ma come è cambiata la figura nel corso di settant’anni? Da categoria morale a ricordo che brucia

A Sanremo, si sa, si va per amore o per vendetta. Ma soprattutto si va per la mamma. Perché nella liturgia laica del Festival di Sanremo, tra abiti che chiedono pietà e standing ovation preventive, c’è sempre lei: la madre. Evocata, cantata, rimpianta, santificata. Più presente di qualsiasi direttore artistico, più eterna di qualsiasi orchestra.

Non importa che il cantante abbia vent’anni e un tatuaggio in fronte, o settanta e tre divorzi alle spalle: a un certo punto, nel percorso di carriera, arriva il momento della mamma. È un passaggio obbligato, come il duetto del venerdì o la polemica sui voti della sala stampa. La mamma è la vera superospite fissa.

Le mamme salgono sul palco

Giorgio Consolini, 1954

Il primo a cantare le mamme a Sanremo fu nel 1954 Giorgio Consolini in coppia con Gino Latilla: Tutte le mamme il titolo. E conquistò i cuori degli italiani, popolo di mammoni, vincendo il Festival. Nel 1989 ci riprovò Toto Cutugno con Le mamme, un titolo che non ammette ironie. Si classifica secondo, ma vince nel sentimento collettivo: è un inno alla figura materna come baluardo morale, come ultimo avamposto di bontà in un mondo che cominciava già a correre troppo. Le mamme, canta Cutugno, sono tutte uguali e tutte sante. E il pubblico annuisce, quasi in piedi.

Tre anni dopo, nel 1992, Luca Barbarossa vince con Portami a ballare. Non è un inno corale, è una lettera privata. Scritta per la madre, è una richiesta dolcissima: portami a ballare, adesso che il tempo è poco, adesso che la vita chiede il conto. Sanremo incorona la canzone, ma soprattutto incorona quel desiderio universale di trattenere chi ci ha cresciuti. È la mamma che non è più monumento, ma presenza fragile da stringere.

Nel 2020 Giordana Angi canta Come mia madre. La definisce un “regalo”, una “luce”. Non c’è retorica, ma aspirazione: diventare un giorno come lei. In un’epoca che diffida dei modelli, la madre torna a essere esempio, ma umano, imperfetto, raggiungibile. Non più irraggiungibile santità, bensì quotidiana forza.

Arriviamo al 2025 con Simone Cristicchi e Quando sarai piccola. Già dal titolo si capisce che qualcosa si è rovesciato: è il figlio che immagina la madre fragile, anziana, bisognosa di cure. Un omaggio personale e intimo che ribalta i ruoli, e con una delicatezza quasi dolorosa porta sul palco la paura più grande: vedere diventare piccoli quelli che ci hanno fatto grandi.

E nel 2026 Serena Brancale presenta Qui con me, una ballad potente dedicata alla madre scomparsa nel 2020. Qui la mamma non è più presenza né modello, ma assenza. E l’assenza, a Sanremo, pesa come un’orchestra intera. La canzone diventa un dialogo impossibile, un tentativo di trattenerla ancora “qui”, almeno per la durata di tre minuti.

La perdita della mamma è stata un fulmine a ciel sereno per l’artista pugliese: «Per me era tutto, era la festa a casa, era la maestra, era quella che ci spronava a studiare. È il mio angelo». È stata proprio la madre ad avvicinarla alla musica. «Da bambina mi aveva imposto lo studio del violino. Non sa i pianti… Ero legatissima a lei. Ero la figlia di mezzo, quella che cantava, recitava, ballava. Ero la sua prediletta. La seguivo nelle prove di un coro di musica barocca, e questo mi ha formato tantissimo, dandomi quelle basi classiche che, credo, si sentano ancora oggi in tutto quello che faccio». Lei, però, amava il ritmo, la batteria. «Mio padre mi ha trasmesso la passione per il funk. E mio nonno ascoltava Frank Sinatra tutti i giorni. Guardava la boxe in tv e ascoltava Sinatra». La morte della madre ha rappresentato un lutto che «mi ha fortificato tantissimo»: «Strano da dire, ma da quel momento in poi sono diventata molto più a fuoco, più responsabile su tutto», riflette. 

Tutte le volte che mi fermo a ripensare a quello che è successo, mi piglia una confusione strana, di quelle che ti fanno girare la testa, come quando fai un passo convinta di trovare terra sotto i piedi e invece no, il vuoto.
Perché, vedi, io ancora non riesco a farmene una ragione vera, di quelle che ti sistemi dentro e non ci pensi più: che questa cosa sia capitata proprio a noi. Non lo dico per lamentarmi, ma perché la testa, certe volte, si mette di traverso e non vuole capire, e il cuore, inconsapevole, le va dietro.


Col tempo ho imparato a conviverci, no, perché certe cose non si accettano mai fino in fondo, manco volendo. Però ci convivi, sì, perché la vita continua a camminare e tu, volente o nolente, le devi stare appresso.
E ti dirò una cosa, che magari ti farà sorridere, come facevi tu: io ti sento ancora. Ti sento in tutto quello che faccio, pure nelle cose piccole, quelle che non contano niente, e invece contano. Ti sento complice, come se mi dessi una mezza dritta, un’occhiata d’intesa, senza bisogno di parole. A volte mi viene da pensare questa cosa tu la faresti così. E allora mi sento più tranquilla, come se non fossi sola davvero.
Dopo più di cinque anni, mamma, mi sono decisa a scriverti questa lettera. Non so se le lettere arrivino dove sei tu, né se abbiano bisogno di francobolli o di silenzi; ma io la affido all’aria, con una canzone, con la mia voce, che l’aria, in fondo, sa trovare strade che noi non vediamo. Volevo solo dirti che ti penso sempre e di stare serena. Che io lo so, e lo so con quella certezza che non ha bisogno di prove, che tu sei ancora “Qui con me”

serena

Mamma Maria ha sempre sostenuto la carriera musicale delle due figlie: oltre a Serena, infatti, anche Nicole – la figlia maggiore – ha intrapreso la strada della musica, e oggi è di nuovo al fianco della sorella come direttrice d’orchestra. Una combo vincente, che viene riproposta sul palco dell’Ariston a distanza di un anno, esaudendo ancora quell’ultimo desiderio espresso da mamma Maria. In occasione di Sanremo 2025 Brancale aveva rivelato che pochi giorni prima della sua morte, la madre aveva scritto al suo manager che il suo sogno sarebbe stato quello di rivedere Serena a Sanremo (dopo la partecipazione nel 2015 all’edizione giovani), ma questa volta accompagnata da Nicole. E così è stato, per ben due volte.

Una mamma orgogliosa dei suoi “gioielli”, tanto che sui suoi social promuoveva sempre gli spettacoli e le iniziative a cui prendevano parte. Ma non solo: Maria, oltre alle doti musicali delle figlie, condivideva spesso anche quei momenti “madre-figlia” più intimi e privati.

Oggi, con Qui con me, Serena canta di «quell’amore che resterà sempre, non passerà mai», in un brano che commuove, emozione e onora un’altra promessa fatta. Nel 2020, poco dopo la scomparsa di Maria, l’artista le scriveva: «Sarò la tua voce. Le tue mani, il tuo orgoglio. Sarò forte, te lo prometto». Perché lei «scalerebbe la terra e il cielo, anche l’universo intero, per averla ancora qui con me».

Da icona a persona

Se si mettono in fila questi brani, si vede l’Italia cambiare. Nel 1989 la madre è categoria morale; nel 1992 è complice da invitare a ballare; nel 2020 è faro da imitare; nel 2025 è creatura fragile da proteggere; nel 2026 è memoria che brucia.

Sanremo, accusato di essere immobile, in realtà registra le nostre trasformazioni intime con la puntualità di un notaio sentimentale. La mamma non è più solo grembiule e sacrificio, ma malattia, perdita, gratitudine, rimpianto. Non più solo “angelo del focolare”, ma donna reale.

E ogni volta che parte una canzone dedicata a lei, in platea e sul divano succede lo stesso piccolo miracolo: ognuno pensa alla propria. Perché a Sanremo si può perdere tutto – voce, ascolti, perfino credibilità – ma quando si canta la mamma si vince sempre qualcosa.

Anche solo una lacrima. E in Italia, si sa, quella vale più di un primo posto.

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