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Da CCCP a CSI, la reunion è un affare

– Due ritorni in due anni per lo stesso nucleo storico di musicisti diventa sospetto. Quello che un tempo era conflitto, rottura, disordine simbolico, oggi torna in scena come evento autorizzato, sponsorizzato e perfettamente compatibile con il sistema che avrebbe dovuto disturbare

Le band non si rimettono insieme: vengono riammesse. Il modello globale è ormai chiaro. I Rolling Stones non sono più un gruppo, ma un’istituzione transnazionale, una multinazionale dell’inerzia culturale. Ogni tour è una manovra finanziaria travestita da rito collettivo. Mick Jagger che corre sul palco non sfida il tempo: lo amministra. Il rock come governance del corpo, come dimostrazione che tutto può continuare purché non cambi nulla.

Police hanno inaugurato l’epoca della reunion: prima si condanna il passato come immaturo, poi lo si rivaluta come “classico”. Sting, cantore dell’evoluzione individuale, ha dimostrato che la vera crescita personale è tornare indietro, ma con il controllo totale del brand. La ribellione, una volta rientrata, diventa proprietà intellettuale.

I Police: Andy Summers, Sting, Stewart Copeland

Guns N’ Roses sono il trionfo della riconciliazione neoliberale: non serve più volersi bene, basta non farsi causa. L’odio non viene superato, viene reso inefficiente. La reunion come razionalizzazione del conflitto: meno caos, più fatturato.

Gli Oasis, con la loro eterna non-reunion, hanno portato il concetto ancora oltre: il rock come minaccia permanente mai realizzata. Una campagna elettorale senza voto. L’annuncio vale più del fatto. Il dissenso, purché resti ipotetico, è una forma perfetta di intrattenimento.

Da CCCP a CSI

In Italia, la faccenda è persino più scoperta. I CCCP nascono come sabotaggio culturale, come rifiuto del mercato, come incompatibilità strutturale con l’Occidente. Oggi tornano come patrimonio condiviso, finanziabile, raccontabile nei festival istituzionali. Il punk filosovietico diventa memoria autorizzata. Non fa più paura, fa curriculum.

I CCCP: Giovanni Lindo Ferretti, Annarella Giudici, Massimo Zamboni e Danilo Fatur

CSI, che cantavano la fine delle ideologie, sono la prova che anche la fine può essere amministrata. La crisi diventa un format stabile. L’agonia come spettacolo ricorrente. Il nichilismo, una volta depotenziato, è perfetto per un pubblico adulto, consapevole e completamente inoffensivo.

Il tour dei Csi, intitolato In viaggio partirà il 28 agosto da Marzabotto (Bologna) per proseguire tra agosto e settembre in alcune città italiane (il 12 settembre a Catania). La reunion arriva dopo il ritorno dei Cccp – Fedeli alla linea, band di cui fanno parte Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, che hanno terminato la loro “ultima chiamata” con un tour dopo la reunion del 2023/2024. Concerti memorabili, tra cui l’ultima data a Taormina il 30 luglio scorso. Le reunion fanno sempre piacere. Ai fan della band che si ritrova perché colmano la loro nostalgia, ai musicisti anche per ragioni più prosaiche. Forse però non era mai capitato che avvenissero due reunion in due anni per lo stesso nucleo storico di musicisti: Cccp nel 2024, Csi nel 2025. La nostalgia è così solo il linguaggio con cui si giustifica un’operazione molto più seria: la messa in sicurezza del rock. Quello che un tempo era conflitto, rottura, disordine simbolico, oggi torna in scena come evento autorizzato, sponsorizzato e perfettamente compatibile con il sistema che avrebbe dovuto disturbare.

Come l’acronimo che sostituì l’Urss nel 1991 e alle Olimpiadi di Barcellona, i Csi nacquero dalle ceneri dei Cccp ma furono in realtà una sorta di fusione con parte dei Litfiba (anche loro quest’anno protagonisti di un reunion tour). Oltre al bassista Maroccolo, anche il tastierista e arrangiatore Francesco Magnelli partecipò già all’ultimo album Epica, etica, etnica, pathos insieme alla chitarra di Giorgio Canali e alla voce sinuosa di Ginevra Di Marco: la nuova band uscì con il primo album Kode mondo nel 1994.

Dopo Linea Gotica e la riscoperta della resistenza e di Beppe Fenoglio, nel 1997 il gruppo ottenne un incredibile primo posto in classifica con l’album numero T.r.e. Tabula rasa elettrificata: la scena underground che conquistava la notorietà fra sonorità mongoliche e chitarre distorte, una vera “rivoluzione” (dixit Franco Battiato) di “Forma e sostanza” di una “Unità di produzione” innovativa e in stato di grazia.

Fa però una certa impressione ricordare come avevano concluso la loro esperienza i Csi. Il doppio album Noi non ci saremo che riprendeva la canzone di Guccini e i Nomadi si chiudeva con una struggente versione di È stato un tempo il mondo cantata da Robert Wyatt con Giovanni Lindo Ferretti che declama le seguenti parole: “Sorride confidente il giovane guerriero, in una vecchia foto, tra le mani, una treccia; ora, cranio rasato, celebra la sua prima sconfitta. Prezioso il luogo, il tempo dovuto al silenzio. Qua, ora io taccio”.

Dall’URSS a Ratzinger e Giorgia Meloni 

I CSI: Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo, Ginevra Di Marco, Francesco Magnelli e Giorgio Canali

L’evoluzione personale di Giovanni Lindo Ferretti, trait d’union assieme a Massimo Zamboni di questa lunga storia post punk rock emiliana, ha molto a che fare con le rinascite. Diventato fervente cattolico oltranzista in un processo partito dall’esperienza di una grave malattia, Ferretti è passato dall’ascesi nelle montagne reggiane al ritorno alla mondanità dei concerti.

Il sodalizio artistico formatosi nella Berlino degli anni ’80 è unico: Zamboni, infatti, da anni è un affermato scrittore di romanzi sempre legati alla sua terra e alle sue radici, da L’eco di uno sparo a La trionferà, al più recente Pregate per ea. La coerenza di Zamboni ha convinto Ferretti a un nuovo contatto, nonostante l’odissea di Giovanni Lindo, arrivato a elogiare Ratzinger e Giorgia Meloni.

Se l’aspetto economico non è certamente da sottovalutare come motore di questa reunion, specie quando tutti avrebbero raggiunto l’età da pensione perfino con la Fornero, sulla qualità musicale molti sono gli interrogativi, non fugati nei concerti di questa estate come Cccp nel tour definito Ultima chiamata.

Con questa seconda reunion però una storia vissuta da una generazione si trasforma in un’araba fenice sempre più sfocata, un eterno ritorno che sa di stantio. E non chiude mai quel cerchio che invece la mostra di Reggio Emilia aveva sigillato nel modo più plastico, originale ed emiliano con le foto di Luigi Ghirri. Adesso, non ci resta che attendere la reunion dei PGR (Per Grazia Ricevuta), terzo capitolo della storia.

Un atto politico d’integrazione

I Litfiba: Piero Pelù e Ghigo Renzulli

E che dire dei Litfiba? Rappresentano il paradigma politico definitivo: il conflitto permanente senza conseguenze. Separazioni, reunion, addii, ritorni. Tutto cambia perché nulla cambi. È il rock come simulazione di dialettica: tesi, antitesi, sintesi… e poi di nuovo da capo, con biglietti sempre più cari.

Il linguaggio è quello del potere. Nessuno parla di soldi. Si parla di “necessità”, “urgenza”, “ritorno”. È lo stesso vocabolario con cui si giustificano le grandi alleanze innaturali, i governi tecnici, le pacificazioni forzate. La reunion è un governo di unità nazionale in forma di concerto.

Il pubblico partecipa, commosso e disciplinato. Non chiede niente, non pretende niente. Accetta la replica come evento, la ripetizione come rito. Canta canzoni nate per incendiare il presente e le trasforma in colonne sonore della propria stabilità.

Alla fine, la reunion è l’atto politico perfetto del nostro tempo: finge di tornare indietro per impedire qualsiasi avanzamento. Neutralizza il conflitto, monetizza la memoria, sterilizza il rischio.

Il rock non è morto. È stato integrato. E come tutte le opposizioni integrate, suona forte, vende bene e non disturba nessuno.

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