– S’intitola “Banda da giro?” il nuovo lavoro discografico del sassofonista, clarinettista e compositore frusinate
– «È un progetto che parte dalla musica delle processioni e la porta verso un nuovo spazio, quello dell’improvvisazione»
C’è sempre un momento, in certe sere di giugno, in cui l’aria cambia timbro. Non lo noti subito: sei lì che chiudi le imposte, o versi da bere a qualcuno che non ne aveva realmente bisogno, e all’improvviso qualcosa vibra. È un frammento di tromba, un colpo di rullante che sbaglia la traiettoria e s’infila tra le case come un ragazzino che ha perso l’orientamento. È la banda del paese. E allora capisci che l’estate è cominciata sul serio.

Le bande di paese sono un’istituzione fragile e testarda, come certi amori giovanili che non finiscono mai davvero. Le vedi marciare in fila, con quegli strumenti che sembrano troppo pesanti per la loro fede, e ti chiedi da dove arrivi tutta quella ostinazione. Poi guardi meglio e scopri che non è ostinazione: è un modo per restare vivi, per non diventare del tutto adulti.
Alle bande si ispira Banda da giro?, il nuovo lavoro discografico del sassofonista, clarinettista e compositore Cristiano Celli. Cinque brani più una intro poetica, un invito a «dire meno parole, a dire meno, bisogna imparare a dire, bisogna imparare». Insomma, “less is more”. E il sassofonista con i suoi compagni di avventura – Enrico Imperioli (corno francese), Moussa Bonaventura (contrabbasso) e Massimo Ceci (batteria), con l’aggiunta del rapper 1989 proprio nell’Intro – puntano su un suono essenziale e asciutto, sobrio, privo di ornamenti o elementi superflui. È un ideale sonoro che mette in evidenza ciò che davvero conta: la linea melodica, il ritmo, l’intenzione.
«Il titolo Banda da giro? nasce da una domanda che almeno io ho sentito spesso (specialmente dai curiosi di una certa età) e mi fa molto ridere, tanto da essere diventato un mio tormentone; quando arriva la banda: “‘sta la Banda da giro?”», spiega il compositore frusinate. «La mia idea è stata quella di fondere le sonorità delle marce bandistiche del Centro-Sud Italia, che hanno accompagnato la mia crescita, con l’estetica dello spiritual-jazz. Ne è venuta fuori una visione onirica e personale dell’atmosfera delle feste di paese, che porto nel cuore fin dall’infanzia. Il mio intento è coniugare l’improvvisazione e l’organicità di un piccolo ensemble jazz con la ricchezza timbrica e identitaria della musica bandistica, restituendo nuova vita a radici che considero le più autentiche del mio percorso musicale».

In fin dei conti, è un ritorno alle origini del jazz, alle marching band, alle funeral band, ai gruppi militari, alle brass band. Lì si suonava a orecchio e spesso c’era un clarinetto che arrivava in ritardo di mezzo secondo, un sax baritono che si prendeva libertà inopportune, una tromba che confondeva il valore delle note. Ovviamente, non accade in Banda da giro?, dove ogni suono sta al suo posto e ogni strumento rispetta la sua parte. C’è in più l’improvvisazione che scombina l’epifania domestica.
«Il disco nasce da una fusione di ricordi, suoni e tradizioni popolar», prosegue Cristiano Celli. «È un progetto che parte dalla musica delle processioni dalle bande di paese, dai suoni che accompagnano la vita delle nostre comunità e li porta verso un nuovo spazio, quello del jazz, dell’improvvisazione, della libertà musicale. È un disco che unisce il sacro e il profano, la memoria alla festa, ed è un racconto sonoro che parte dalla piazza, dalla chiesa: la banda che suona all’angolo e i fuochi d’artificio alla fine del giorno. Sono cinque brani che nascono dal desiderio di unire la semplicità melodica a un forte carattere popolare».
Perché, come una banda di paese, anche Banda da giro? non passa invano. Lascia una vibrazione nel cuore. Una promessa minuscola. E tutti, ma proprio tutti, camminano un po’ più leggeri.
