Interviste

CLARISSA COLUCCI fra Broadway e jazz

– “Echoes From Home” è il titolo del sorprendente album di debutto della cantante e compositrice pugliese che si cala nelle vesti di Ulisse per un viaggio interiore, introspettivo nel grande mare dell’American Songbook
– «Ogni brano è un frammento di questo cammino: momenti di approdo e pace, altri di lotta e smarrimento. È la storia di un andare e tornare, di una ricerca senza fine tra echi lontani e silenzi interiori»
– «La tradizione per me è un punto fondamentale, il punto di partenza». «Ho voluto utilizzare la voce come uno strumento facente parte dell’ensemble, in dialogo con i vari musicisti s’inserisce nelle dinamiche con i vari strumenti»

Ogni volta che una canzone riesce a essere elegante senza essere distante, emotiva senza essere ricattatoria, sta dialogando con la tradizione dell’American Songbook. Non per nostalgia, ma per necessità. In un tempo dominato dall’urgenza e dalla frammentazione, il Songbook ricorda che una canzone può ancora essere un luogo di equilibrio tra musica e parole, tra cuore e intelligenza. Un posto in cui fermarsi, anche solo per tre minuti, e riconoscersi.

Per Echoes From Home di Clarissa Colucci prendete una sosta un po’ più lunga e lasciatevi trasportare in un viaggio emotivo e musicale nelle atmosfere di Broadway, Hollywood e Tin Pan Alley, quando gente come Gershwin, Porter, Berlin, Kern, Rodgers & Hart producevano canzoni come fossero racconti brevi. 

Clarissa Colucci, nonostante sia al suo debutto come leader, compositrice e cantante, mostra una personalità e una maturità da compositrice e performer sorprendenti. Con la sua voce elegante, calda e morbida carezza melodie, armonie e ritmi, senza eccessi, né inutili virtuosismi, lasciando ampia libertà ai musicisti che l’accompagnano.

Clarissa Colucci con i suoi compagni di avventura: Matteo Serra (clarinetto), Canio Coscia (sax tenore), Lorenzo Mazzocchetti (pianoforte), Sergio Mariotti (contrabbasso) e Federico Negri (batteria) (foto di Valerio Daniele)

In questo lavoro Clarissa Colucci si cala nelle vesti di Ulisse per un viaggio interiore, introspettivo. «Un viaggio che non segue mappe, ma strade interiori fatte di curve, attese e ritorni», spiega l’artista pugliese. «Ogni brano è un frammento di questo cammino: momenti di approdo e pace, altri di lotta e smarrimento. È la storia di un andare e tornare, di una ricerca senza fine tra echi lontani e silenzi interiori».

Un viaggio che ha il suo momento centrale in un naufragio, Odysseus. «Rappresenta una sensazione di instabilità che precede ogni tipo di cambiamento. È anche il singolo dell’album perché credo che musicalmente sia uno dei brani che meglio sintetizza il progetto a partire da tensione e ricerca prima di ritrovare una direzione». 

Odysseus ha un inizio, frizzante, sbarazzino, free, per poi immergersi nel grande mare dell’American Songbook, che riemerge nella teatrale Along the way e nella cover di Send in the clowns di Stephen Sondheim. «C’è un richiamo alla tradizione, nonostante un mio voler spaziare su vari orizzonti», dice Clarissa Colucci. «La tradizione per me è un punto fondamentale, il punto di partenza del mio percorso in questo ambito jazz e, quindi, nonostante l’intenzione di cercare nuove sonorità, pur lasciando spazio all’improvvisazione, c’è sempre un richiamo al mainstream. Along the way è una tradizionale jazz ballad molto intensa e narrativa che racconta l’essere su una strada che porta chissà dove».

Le musiche di Clarissa Colucci creano atmosfere perché non cercano l’evasione. Cercano la verità emotiva, anche quando è scomoda. Non accompagnano lo spettatore fuori dal mondo, lo costringono a guardarlo meglio. Aprono uno spazio emotivo inatteso, fragile, sospeso, mai risolutivo. E la dolcezza è sempre consapevole della propria precarietà. Vivono di sensazioni e manifestano stati d’animo contrastanti, come suggerisce la copertina dell’album. «L’idea grafica nasce da Francesco De Rocchi che è il grafico della mia etichetta, la Wow Records. Mette in contrasto l’oscurità del paesaggio con una giostra simbolo di gioco, spensieratezza. Il titolo rappresenta un viaggio fatto da varie tappe tra cui lo smarrimento interiore, il ritrovarsi e quindi varie sensazioni contrastanti».

La copertina di “Echoes From Home”

Se Stay There è la traccia più swingante, Soli’cheat’ous è la più misteriosa sin dal titolo. «Da una parte c’è l’idea di essere sempre in tensione», illustra la cantante pugliese. «“Cheat” è una parola che ho voluto inserire all’interno del titolo perché indica l’idea di essere un po’ imbroglioni. È un termine che nasce per indicare l’essere sempre preoccupato, in ansia per qualcosa, ma nello stesso tempo l’essere bugiardi. È un po’ un gioco di parole che riprendo anche musicalmente».

Accenni di vocalese in un album in cui, tuttavia, la voce non è mai preponderante. «L’ho voluta utilizzare come uno strumento facente parte dell’ensemble, in dialogo con i vari musicisti s’inserisce nelle dinamiche con i vari strumenti».

Matteo Serra (clarinetto), Canio Coscia (sax tenore), Lorenzo Mazzocchetti (pianoforte), Sergio Mariotti (contrabbasso) e Federico Negri (batteria) sono i cinque talentuosi compagni d’avventura di Clarissa Colucci. Tutti conosciuti durante gli studi di Conservatorio fra la via Emilia e la Puglia. 

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