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“Chill”, l’inglese che ci racconta

 – È la parola selezionata dall’Accademia della Crusca come la “più giovane dall’anno”. Termine preferito ad amo, aura, bobbare, bro, broski, cringe, fra, letsgoski, rimasto, slay
– Indica resistenza: non fuga, ma una scelta consapevole di ritmo e di tempo. È specchio della nostra epoca, rivela un desiderio collettivo di riscrivere l’esperienza del quotidiano

Tra le diecimila voci che ogni giorno inciampano nei nostri discorsi, c’è una parola che ha conquistato i giovani — e non solo — con la stessa disinvoltura con cui si stende una coperta su un divano. Chill. Semplice, breve, morbida. Si allunga nella bocca come se fosse nata lì, tra un messaggio vocale e un tweet.

Chill è la parola selezionata dall’Accademia della Crusca tra quelle più gettonate a metà anno e cioè quella scelta tra: amo, aura, bobbare, bro, broski, chill, cringe, fra, letsgoski, rimasto, slay. Chill, e subito il nostro immaginario si sposta: non è una parola nuova — gli anglofoni la usano da decenni — ma è nuova nel nostro lessico giovanile come un suono che entra e rinnova. Non come un prestito forzato, ma come un amico che si invita da sé.

Beniamino Placido, se fosse qui, avrebbe sorriso di fronte a questa sovranità lessicale così apparentemente leggera. Lui, critico attento alla lingua e alla società, probabilmente ci avrebbe invitato a guardare oltre il suono, verso ciò che “chill” rappresenta: uno stato dell’essere prima ancora che un semplice aggettivo.

Per i giovani, “chill” non vuol dire solo “rilassato”. Vuol dire “sfuggire alla pressione”, “trovare uno spazio dentro la frenesia quotidiana”. È un invito — implicito ma potente — a sottrarre tempo allo stress per restituirlo all’esperienza di vivere. In un’epoca dominata dagli imperativi della produttività, il verbo non dichiarato di “chill” è “smettere, respirare, esserci”.

Non sorprende che “chill” si sia imposto soprattutto nei social e nelle chat: luoghi dove la lingua si fa meno rigorosa e più viva. Ma la sua diffusione non è superficiale. È una parola ibrida, capace di adattarsi a contesti diversi: “È stato tutto chill”, “Andiamo a fare una serata chill”, “Sto chillando con gli amici”. In ognuna, però, resta impressa la volontà di una pausa, di un respiro.

Il linguaggio come specchio

Placido avrebbe forse ricordato che ogni parola, per diventare popolare, deve portare con sé un “clima” culturale. “Chill” non è staccata da ciò che viviamo: riflette l’ansia di leggerezza in un mondo troppo pesante. È parola di resistenza: non una fuga, ma una scelta consapevole di ritmo e di tempo.

Così, “chill” diventa più di una moda: è un specchio della nostra epoca. Rivela un desiderio collettivo — soprattutto giovanile — di riscrivere l’esperienza del quotidiano. In un mondo che corre, si ferma per un attimo e dice: “chill”. È quasi una preghiera laica—una richiesta di tregua che attraversa lingue e confini. Con la sua leggerezza apparente, getta luce su un fenomeno più profondo: la lingua non è mai neutrale. È territorio di battaglie sottili, di affermazioni di identità, di resistenza contro ciò che opprime il tempo dell’individuo. Dunque, se “chill” è “parola giovane dell’anno”, è perché risuona in chi l’adotta come promessa e come carezza.

E, in fondo, forse questo è ciò che più conta: non “cosa” diciamo, ma “come” ciò che diciamo ci descrive — e, insieme, ci cambia.

L’ultima edizione della parola giovanile dell’anno ha anche contemplato tre premi speciali che saranno assegnati ad una scuola di Firenze aver selezionato e ben definito la locuzione “essere cucinato” (espressione utilizzata quando si è nei guai) e, per i più bei neologismi, all’associazione Step-Net, che ha coordinato il lavoro prodotto dai nove fra ragazze e ragazzi plusdotati e ad un liceo di Acireale (Catania), per aver inventato la parola “elevanza”, termine che racchiude in sé l’essenza dei valori più alti e dell’eleganza più raffinata.

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