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“Chelsea girls”: sesso, droga e poesia

A trent’anni dalla sua pubblicazione in America, esce anche in Italia il romanzo di Eileen Myles, autrice di culto della letteratura queer, cronaca sentimentale e sessuale della New York degli anni Settanta e Ottanta

Ci sono libri che non si leggono: si abitano. Chelsea Girls di Eileen Myles è uno di quelli. Non racconta una storia, o meglio: la racconta come fanno certe città quando cammini senza meta, lasciandoti addosso l’odore dei bar, delle scale antincendio, dei corpi che passano e non tornano. È un romanzo culto perché non chiede il permesso di esserlo. Succede. Come succedono le cose vere.

Pubblicato negli anni Novanta, dopo trent’anni Chelsea girls esce anche in Italia tradotto da Alessandra Ceccoli per la casa editrice Mattioli 1885 (pagine 265, euro 19). Uno spazio temporale che non influisce sulla lettura, perché il romanzo è scritto con l’aria di qualcosa che accade sempre adesso. È una specie di autobiografia frantumata, una cronaca sentimentale e sessuale della New York degli anni Settanta e Ottanta. Ma chiamarla autobiografia è riduttivo. Myles prende la propria vita e la usa come un materiale grezzo, come legno ancora sporco di corteccia. Ne fa una voce.

Myles, oggi settantaseienne, poetessa folle, è nata e cresciuta nell’ambiente della povera workin’ class a Cambridge, Massachusetts. Giovanissimasi trasferisce a New York dove frequenta gli ambienti delle avanguardie letterarie, della beat generation, orbitando intorno al Chelsea Hotel (da cui deriva il titolo), lo storico albergo dove passarono Dylan Thomas, Bob Dylan, Janis Joplin, Patti Smith, Leonard Cohen, Robert Mapplethorpe, Allen Ginsberg, dove Andy Warhol filmava e ritraeva le sue icone, dove Sid Vicious uccise la sua fidanzata Nancy Spungen.

Chelsea girls è l’educazione sentimentale di una giovane poetessa lesbica che arriva a New York con pochi soldi e una fame enorme: di scrittura, di sesso, di riconoscimento, di libertà. Fame vera, non metaforica. Fame che ti fa accettare lavori improbabili, amanti sbagliati, letti condivisi e pavimenti duri.

La forza del romanzo sta tutta nella sua apparente semplicità. Myles scrive come se stesse parlando a un’amica seduta di fronte, con una birra calda tra le mani. Frasi brevi, dirette, spesso crude. Eppure, sotto quella superficie quasi casuale, c’è una precisione chirurgica. Ogni dettaglio è scelto. Ogni scena è un piccolo atto di resistenza contro l’idea che la letteratura debba essere elegante, ordinata, rassicurante.

Il Chelsea Hotel

Il sesso, in Chelsea Girls, non è mai decorativo. È lavoro, è potere, è confusione, è tenerezza improvvisa. È un modo per stare al mondo quando non hai altri strumenti. E la scrittura funziona allo stesso modo: non abbellisce, non spiega, non giudica. Sta lì. Respira. A volte inciampa. A volte brilla.

C’è qualcosa di profondamente politico in questa postura, anche quando la politica non viene nominata. Myles racconta una vita ai margini senza mai chiedere scusa. Non cerca redenzione narrativa, non costruisce archi morali. Racconta ciò che accade a chi vive fuori dal centro, fuori dalle aspettative, fuori dalla norma. E lo fa con una naturalezza disarmante, come se fosse la cosa più ovvia del mondo.

Forse è per questo che Chelsea Girls è diventato un testo di riferimento, un libro passato di mano in mano, amato soprattutto da chi nella letteratura cercava non un modello, ma un permesso. Il permesso di scrivere male, bene, sporco, vero. Il permesso di esistere sulla pagina così come si è.

Riletto oggi, il romanzo conserva intatta la sua urgenza. Non è invecchiato perché non ha mai cercato di essere “attuale”. È radicato in un’esperienza concreta, e proprio per questo continua a parlare. A chi scrive. A chi ama. A chi prova, ogni giorno, a trovare una forma vivibile per la propria voce.

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