Disco

CATE LE BON sulle orme di Laurie Anderson

– Esce “Michelangelo Dying” album sulla fine di un amore. Molte analogie con il celebre “Big Science” della vedova di Lou Reed. Ospite nel disco John Cale
– L’artiglieria di suoni sintetizzati dell’artista gallese è abbastanza all’avanguardia da essere definita art pop. Il gusto di sperimentare e di sorprendere

Cate Le Bon, nome d’arte della quarantaduenne Cate Timothy, nata nel Carmarthenshire, Galles, ha intervallato la musica con l’apprendimento della falegnameria nel Lake District e il corso di ceramica a Los Angeles. Ha fatto tazze per le persone che ordinavano l’album Mug Museum del 2013. Ed è in quell’anno che la serie Netflix Too Much la fa conoscere a un pubblico più ampio, inserendo una sua ballata – Are You with Me Now?, – nella playlist che un uomo aveva preparato per la sua amante. È stata l’occasione per scoprire questa musicista gallese.

Cate Le Bon ha pubblicato una mezza dozzina di album da solista negli ultimi sedici anni, oltre a due con il suo ex compagno Tim Presley, con lo pseudonimo DRINKS. Dopo il folk giovanile degli inizi, Le Bon ha virato su un registro più profondo, quasi parlato, come cantante, consentendo al contempo alla sua strumentazione di affidarsi maggiormente a suoni inquietanti e sintetizzati. Il suo album successivo, Pompeii, del 2022, ha visto questo esperimento proseguire: la voce è piuttosto languida, meno incline a sforzarsi verso l’alto che a scivolare verso il basso, in modo da tenere una nota per pochi secondi inquieti.

Adesso pubblica il suo settimo album da solista, Michelangelo Dying dalle atmosfere inquietanti e lugubri, espressione di uno stato d’animo di ansia e malinconia. Sebbene sia stato preceduto dalla fine di una relazione, da angoscia e cattive condizioni di salute, non è un disco tormentato, la musica, invece, è una distesa dolcemente meditativa. Per certi versi, l’album ricorda Big Science di Laurie Anderson, del 1982. C’è un’analoga interpretazione lirica, fredda, al limite del disincantato, esaltata da sassofoni animaleschi. Entrambi gli album presentano dichiarazioni liriche che appaiono come sentenze. (“Rigido, crolla”, canta Le Bon nel brano About Time, che ricorda il talk-singing di Anderson, Big Science, Hallelujah). Ed entrambi gli artisti addolciscono il loro tono sobrio con occasionali esplosioni di dolcezza o di surrealismo, come quando in Heaven Is No Feeling Le Bon intona come se la canzone fosse stata interrotta da una telefonata: “Pronto? / Cosa vuole?”.

La traccia di apertura, che descrive un disastro aereo (“Stiamo andando giù / Stiamo andando giù tutti, insieme”), sembra collegarsi all’ipnotica O Superman (For Massenet) di Laurie Anderson, con l’agghiacciante allarme: “Arrivano gli aerei / Sono aerei americani, fatti in America”. Le Bon sembra altrettanto profetica. Questa qualità è più nel sound che nel linguaggio. Nella prima traccia di MichelangeloJerome, la cantante allunga le singole sillabe di “cry” e “fall” per quasi cinque secondi ciascuna come se fosse un lamento. All’inizio, l’album sembra un’elegia per un amore perduto: “Pezzi del mio cuore cancellati / E niente cambierà”.  La delusione in Le Bon è un tema sempre presente, ma qui è esaltata dall’idiosincrasia del sound. Is It Worth It (Happy Birthday)? ha un sintetizzatore distorto, ansioso, lo-fi-ish, e un’aria di autoflagellazione.

La sobrietà subentra quando l’euforia romantica si raffredda, sebbene l’artiglieria di suoni sintetizzati di Le Bon sia abbastanza all’avanguardia da essere definita art pop. Ma si ha la sensazione che Le Bon non sia interessata a sperimentare per il gusto di suonare in modo formale. È alla ricerca di altri interessi più emozionali. È difficile non paragonarla ad artisti che sembrano alieni, come David Bowie o Björk. Alcune canzoni di Le Bon, come Mothers of Riches, in cui una travolgente ondata di note elettroniche è sottolineata dal corno di Euan Hinshelwood, ricordano Kate Bush e Brian Eno, musicisti che sono tanto felici di sconvolgere quanto di intrattenere.

Michelangelo Dying evoca paesaggi minacciosi: “L’amore è una montagna”, canta Le Bon in Pieces of My Heart. Ma qui si concentra su una geografia specifica: “E ho promesso il mio amore all’America / Poi ho corso così lontano”. Quando canta dell’America, si avverte un sentimento ambivalente: nessuna canzone invoca questa nazione come una terra di ottimismo e promesse, semmai Le Bon ricorda che è un Paese che ti spezza il cuore.

Ride, la penultima traccia di Michelangelo Dying, vede Le Bon duettare con John Cale, un altro esponente dell’art-pop, un altro eccentrico gallese che ha trovato la sua strada. È una canzone meditativa e inquietante, probabilmente anche sulla fine dell’amore: “Va bene, va bene”, canta Le Bon. “Sono solo i sentimenti che se ne vanno”. Ma il titolo dell’album parla di morte, e si possono certamente sentire gli anni nella voce tremolante e toccante dell’ottantatreenne Cale. Quando i due cantano, leggermente fuori sincrono, “It’s a ride / It’s a ride / It’s a ride / It’s a real rodeo”, sembrano parlare della vita dal punto di vista della sua fine. 

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