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“Buen Camino” è il film giusto per l’Italia di oggi

 – Oltre i numeri del successo al botteghino. Il film di Checco Zalone è il riflesso della cialtroneria, del populismo e della crisi di un Paese senza riflessione
– Non è film “di destra”, ma un film perfettamente allineato allo spirito del tempo, quando il successo viene scambiato per legittimazione morale
– È una comicità “post-ideologica”, nel senso peggiore del termine: non perché superi le ideologie, ma perché le evita accuratamente. Proprio come il populismo

Quando Buen Camino, l’ultimo film di Checco Zalone, ha spazzato via qualsiasi competizione cinematografica natalizia e ha monopolizzato il botteghino italiano con oltre 5,6 milioni di euro nel solo giorno di Natale, conquistando quasi l’80 % degli incassi, bissando nel giorno di Santo Stefano con altri 7.918.273 euro, è stato facile liquidare il fenomeno come un rito collettivo di fine anno, una serie di risate leggere e una festa popolare tra pandori e panettoni. 

Ma se ci fermiamo un attimo a guardare oltre i numeri — e soprattutto a cosa la stragrande maggioranza degli spettatori sembra trovare esilarante o rassicurante — ci si imbatte in uno specchio inquietante di un’Italia che non solo non si interroga più, ma sembra quasi incapace di farlo.

Dalla satira sociale all’apoteosi dell’inconsistenza

Checco Zalone ha costruito la sua carriera su una maschera: l’italiano medio impreparato, furbetto, superficiale e auto-ironico. Nei suoi film precedenti — da Quo Vado? a Sole a catinelle — la satira colpiva certi vizi nazionali proprio perché li mostrava con spietata sincerità, facendo ridere di se stessi e, in molti casi, invitando lo spettatore a una riflessione critica (anche se leggera) sulle proprie contraddizioni. 

In Buen Camino, invece, la formula si è capovolta: il protagonista non è più il furbetto da quattro soldi, ma un miliardario parassita della propria ricchezza, un uomo così alienato dall’esperienza reale da non aver mai lavorato in vita sua e circondato da lusso e accessori da Instagram. 

La comicità emerge soprattutto dalla sua superficialità dalla sua incapacità di relazionarsi con il mondo reale o con emozioni autentiche, perfettamente in linea con un pubblico che applaude la leggerezza senza profondità, la scena facile, il commento rapido che non invita a pensare oltre.

Critici cinematografici hanno notato come il film sia «meno graffiante» rispetto alle opere che lo hanno preceduto, con battute previste e momenti comici che raramente arrivano dove dovrebbero. Il film «è un misto tra la comicità dei Cinepanettoni d’epoca – vedasi la scena iniziale con la visita dell’urologo – e le trovate e i balletti di qualche tiktoker che probabilmente dimostra più freschezza di questo comico che per cambiare pelle va verso un cinema convenzionale», scrive il Corriere. Mentre il sito Wired va oltre, parlando di un Zalone che sembra aver abbracciato la «logica dei film pigri e fatti male dei comici televisivi», piuttosto che mantenere la sua originale capacità di restituire uno sguardo pungente sulla società. 

Perché “Buen Camino” è il film del vuoto culturale

Il successo travolgente di Buen Camino non è solo una questione di marketing o di tradizione cinematografica natalizia: è il segno di una società che preferisce la consolazione del riso facile alla fatica della riflessione. In un Paese in cui il dibattito pubblico è spesso polarizzato su slogan e sloganismi, dove la cultura di massa si nutre di meme e frammenti brevi, Buen Camino si rivela un prodotto perfetto per questa epoca: comico sulla superficie, banalmente familiare, mai davvero controverso o profondamente critico.

È interessante (e per certi versi preoccupante) vedere quanto il film non morda davvero. In un periodo storico in cui la politica italiana — con le leadership di figure come Giorgia Meloni e Matteo Salvini — tende a enfatizzare nazionalismo, identità, e narrative semplificate che polarizzano invece di approfondire, l’enorme affermazione di un prodotto culturale come Buen Camino sembra inscriversi in una stessa dinamica: l’Italia come mercato del consenso facile e dell’intrattenimento superficiale.

Buen Camino non è un film “di destra”. Sarebbe troppo facile dirlo. È un film perfettamente allineato allo spirito del tempo: un tempo in cui Meloni può parlare di cultura senza parlare di pensiero, Salvini può parlare di libertà senza parlare di responsabilità, e il successo viene scambiato per legittimazione morale. Il botteghino, come il consenso elettorale, diventa l’unico argomento ammesso. Se piace a molti, allora va bene. Se fa ridere, allora è innocuo.

Mentre un tempo la satira sopravviveva grazie alla capacità di mettere in discussione, oggi la comicità sembra volersi accontentare della semplice conferma di pregiudizi e atteggiamenti già diffusi, senza porre domande scomode. In questo senso, il film entra in sintonia con una parte dell’Italia che preferisce la narrativa di leggero intrattenimento alla complessità del confronto, alla difficoltà di guardarsi dentro o di interrogarsi su chi siamo e dove stiamo andando.

Specchio del momento politico italiano

I dati di botteghino parlano chiaro: Buen Camino non ha solo vinto la competizione natalizia, ha domato persino film con più ambizione narrativa o estetica. Ma è proprio questa vittoria — la sua accoglienza incondizionata da parte di un pubblico trasversale — che costringe a un dubbio amaro: stiamo applaudendo un film o stiamo applaudendo la nostra stessa incapacità di chiedere qualcosa di più?

Buen Camino funziona perché non disturba nessuno. Non mette a disagio, non chiede responsabilità, non scava. Fa quello che fa gran parte della comunicazione politica contemporanea: trasforma ogni problema in folklore, ogni contraddizione in macchietta, ogni fallimento in barzelletta. È la stessa logica per cui l’immigrazione diventa uno slogan gridato dal palco, la povertà una colpa individuale, la cultura una roba da professoroni e l’ironia un modo per evitare qualsiasi presa di posizione reale.

Buen Camino non attacca mai davvero il potere, non mette mai in discussione il privilegio, non chiede mai allo spettatore di scegliere da che parte stare. È una comicità “post-ideologica”, nel senso peggiore del termine: non perché superi le ideologie, ma perché le evita accuratamente. Proprio come il populismo, che non propone visioni strutturate ma “sensazioni”: appartenenza, rivalsa, autoassoluzione.

Il protagonista del film è ricco, ignorante, emotivamente analfabeta, eppure simpatico. Non evolve davvero, non paga mai il conto delle proprie scelte, non affronta conseguenze strutturali. È l’italiano ideale dell’epoca dei talk show: sempre vittima, mai responsabile. È lo stesso schema narrativo che domina certa politica: se qualcosa va male, è colpa di qualcun altro, se va bene, è merito del “popolo” (concetto sempre evocato, mai definito), se qualcuno critica, è un gufo, un radical chic, un nemico della felicità.

In questo senso Buen Camino non è solo uno specchio dell’Italia: è un tutorial emotivo su come stare al mondo senza farsi troppe domande. Trionfa perché è il film di un’Italia che vuole sentirsi “normale” anche quando è mediocre, che vuole sentirsi assolta prima ancora di essere giudicata, che vuole che qualcuno le dica che va tutto bene così. È la stessa Italia che applaude slogan semplici, nemici immaginari e le bugie del governo. Un’Italia che non ama la satira, ma la caricatura; non il dubbio, ma la conferma.

In questo contesto, Buen Camino si candida non solo a film del momento, ma a simbolo di un Paese che ride più volentieri del proprio riflesso superficiale che non della propria anima. E forse, come celebrazione di un momento sociale, questo è il dato più inquietante di tutti.

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