– Il cantautore calabrese alla Festa del cinema di Roma presenta il docufilm “Il Tempo delle Noci”: «Non è il solito documentario, è una vera storia»
– Il “radicamento” è uno dei temi della pellicola, in cui il disco è solo un pretesto. «Sono come un vitigno autoctono che deve fermentare nel suo luogo di origine»
«Vedere ragazze e ragazzi di nuovo in piazza, come non accadeva dagli anni ’90, è forse la cosa più bella che ci sia capitata. Ma va alimentata»
«Giacomo (il regista Giacomo Triglia, ndr) è stato bravo a cucirmi un vestito addosso in cui mi sento autentico. Per quanto sia un’utopia, l’autenticità è un modello a cui tendere per me, una stella polare». In questa semplice considerazione c’è il senso di Brunori Sas – Il Tempo delle Noci, che il protagonista Dario Brunori spiega in conferenza stampa nel giorno della presentazione della pellicola alla Festa del Cinema di Roma. Diretto da Giacomo Triglia, che con Brunori collabora dal 2009, il film esplora l’universo creativo e personale dell’artista calabrese, seguendo la nascita del suo ultimo album attraverso un periodo di vita che contiene tanti momenti importanti, di crisi, dubbi, desiderio di cambiamento. Nel mezzo la sua terra, la Calabria, e il radicamento dell’artista alla famiglia. E, sul tema del “radicamento”, sul conflitto fra restare a vivere e lavorare al Sud o partire, il documentario ha un capitolo abbastanza ampio.

«Indubbiamente nel corso del documentario emerge il convincimento che la mia fermentazione spontanea, facendo un parallelo con il vino, avvenga in quei luoghi dove è stato girato, ovvero la cantina e la cascina dove vivo, anche se il disco non ha nulla di bucolico, anzi direi che sia metropolitano», commenta il cantautore cosentino. «Evidentemente io sono un vitigno autoctono che ha bisogno di fermentare in quelle zone. Certo potrei pure fermentare a Roma o a Milano, ma probabilmente verrebbe fuori un vino diverso. Quando parlo di radicamento come zavorra intendo far capire che stare in Calabria non è per forza di cose una zavorra. Vivere in un piccolo paese di 2.000 abitanti non è per forza una zavorra. Avere una famiglia con tutte le fatiche di tenerla in piedi anche da artista non è una zavorra. E mi sembra che l’aspetto forse più interessante sia questo, che si può lavorare anche in Calabria. E penso che questo sia un messaggio, forse esagero nel dire politico. Voglio indicare che ci sono altre vie, magari più lente, magari più lunghe, magari più faticose per certi aspetti, e non voglio neanche fare l’apologia della vita del Sud perché ci sono tante criticità, però sicuramente è un altro modo di lavorare. Stiamo raccontando che per fare canzoni non è che uno si siede a un tavolino e dice parliamo adesso dell’amore. Prima dobbiamo parlare di tante cose di noi e forse quando raggiungiamo quel grado di intimità possiamo essere in grado di scoprirci e di essere spudorati nel parlare di certe cose. È un messaggio soprattutto per il mondo musicale, artistico, dove prevale una sorta di imperativo produttivo. Non so se sia così anche nel cinema, ma oggi sembra quasi che la prima cosa sia produrre e che la macchina produttiva sia il fine e l’opera quasi un pretesto. Invece penso che in questo documentario sottolineiamo che se non c’è l’opera ha poco senso far partire la macchina produttiva».
Brunori Sas – Il Tempo delle Noci, come sottolineano il cantautore calabrese, il regista e il produttore Riccardo Sinigallia, è una storia, piuttosto che il solito documentario con una serie di interviste. «Abbiamo cercato di sfuggire al cliché del racconto della crisi», spiega Brunori. «In realtà la mia crisi non era legata al fatto di non riuscire a scrivere canzoni, ma alla paura che scrivere canzoni, tornare a lavorare su un disco, potesse togliermi da quell’isola felice che stavo vivendo in quel momento. Quindi, raccontiamo tutta la fase esistenziale che in realtà è una fase molto serena e di radicamento, appunto, a proposito di alberi. Alla fine, il disco diventa un pretesto per raccontare un percorso creativo. Quello che emerge è un senso di familiarità, di amicizia, di famiglia quasi allargata. Questo familismo che io definisco “familismo morale non amorale” viene dalla mia terra, che è una terra in cui nel bene e anche nel male la famiglia ha un valore molto importante. Il mio desiderio era quello di non fare il solito documentario con il produttore e con il mixer dietro che raccontiamo canzone per canzone. Sì ci sono i riferimenti all’album ma, ripeto, è solo un pretesto per un racconto che si spera sia più ampio e possa interessare anche qualcuno che magari non è manco un fan di Brunori».
A dettare il mood del docufilm è l’ironia di Brunori. «Vi racconto un aneddoto», rivela. «Il produttore prima di girare mi ha detto. “Sai, vorrei che uscisse fuori anche un po’ della sua ironia”. Gli ho risposto ‘non preoccuparti, il problema sarà contenerla».

Brunori non è l’unico artista che, negli ultimi anni, ha deciso di raccontarsi non solo musicalmente ma anche attraverso il mezzo cinematografico. «Lavoriamo così tanto su questi dischi che ci piace anche raccontare il processo creativo, per far capire che ci vuole un tempo per le cose». È la sua motivazione. «Non a caso il film si chiama Il Tempo delle Noci, perché non è inteso solo come la “stagione delle noci”, ma indica il tempo che ci vuole. Questo per me è fondamentale, soprattutto oggi che l’aspetto musicale è una cosa fugace, veloce, improntata alla produttività».
Un disco per il quale ha anche accettato di salire sul palco dell’Ariston, buttandosi nella centrifuga di Sanremo. Nel documentario, Brunori mostra anche il backstage del Festival, dove ha ottenuto un meritato e inatteso terzo posto grazie proprio alla sua autenticità e al racconto del suo rapporto con la figlioletta che gli ha cambiato la vita. «Non so se la mia autenticità sia eccessiva, ma se provoca una reazione che non è solo accomodante mi farebbe piacere, vuol dire che sto facendo qualcosa di buono», osserva. «Che poi questo essere autentici è anche un po’ empatici va bene ma mi spaventerebbe di più che ci fossero troppi sì, perché non vorrei essere troppo consolatorio o accomodante nel mio modo di essere». E riflette sul cambiamento portato dalla paternità: «Ti costringe a ristabilire le priorità: non hai più lo stesso tempo da dedicare solo alle canzoni, ma scopri un nuovo equilibrio tra il radicamento che ti dà un figlio e il volo che ti dà la creatività».
Si chiude con una riflessione sul presente: «Purtroppo abbiamo avuto bisogno di un orrore come quello di Gaza per risvegliarci. Non bastano più i social: bisogna tornare nelle piazze, incontrarsi, esserci con i corpi». Il cantautore ha visto nella recente mobilitazione giovanile un segnale importante: «Vedere ragazze e ragazzi di nuovo in piazza, come non accadeva dagli anni ’90, è forse la cosa più bella che ci sia capitata. Ma va alimentata, non deve restare un fuoco momentaneo».
