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Bruce dalle strade di Philadelphia a quelle di Minneapolis

– Era il 1994 e Springsteen fece una cosa che pochi artisti popolari ebbero il coraggio di fare: si schierò. AIDS, solitudine, esclusione, era un requiem laico per un Paese che aveva paura di ammettere le proprie colpe
– Trent’anni dopo torna a prendere posizione e lancia il suo atto d’accusa contro la politica del presidente Trump e le violenze dell’ICE. Si muovono vecchi rocker come il Boss e Neil Young, tacciono i nuovi idoli

C’è una parola che torna sempre quando si parla di Bruce Springsteen: strada. Non quella romantica dei viaggi senza meta, ma la strada vera, sporca, dove l’America inciampa nei propri fallimenti. Le strade di Springsteen non portano quasi mai al sogno: semmai lo inseguono mentre scappa.

Sono le Backstreets, le strade secondarie dove trovare rifugio. Sono le Thunder Road che portano a una vagheggiata terra promessa. Sono le Streets of Fire, dove camminare con gli angeli senza fissa dimora. Strade dove gareggiare stile “gioventù bruciata” (Racing in the Street), dove correre in auto con l’amata al fianco, senza sentirsi mai triste o malinconico (Out in the street). Sono le Streets of Philadelphia, strade silenziose, colpevoli, percorse da un uomo che stava morendo di AIDS e da una nazione che preferiva non guardarlo in faccia. Era il 1994 e Bruce fece una cosa che pochi artisti popolari ebbero il coraggio di fare: si schierò. Non in modo rumoroso, ma definitivo. Mise la sua voce – quella voce da uomo comune, senza acrobazie – al servizio di chi l’America preferiva dimenticare. AIDS, solitudine, esclusione. Era un requiem laico per un Paese che aveva paura di ammettere le proprie colpe.

Trent’anni dopo, Bruce Springsteen torna a schierarsi. Trent’anni dopo quelle strade hanno cambiato nome, ma non funzione. Sono diventate le Streets of Minneapolis e il rocker del New Jersey fa una cosa che nessun dei nuovi idoli della musica pop ha il coraggio di fare: indignarsi e alzare un grido di protesta contro le violenze dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) lungo le strade della città del Minnesota. Di puntare l’indice contro il “re Trump”, paragonando gli agenti dell’ICE alla Gestapo di Hitler.

Minneapolis come Philadelphia diventa immediatamente qualcosa di più di una città. Diventa uno specchio. L’immagine di una deriva autoritaria, violenta, prepotente. «Stiamo vivendo tempi incredibilmente critici», commenta Springsteen. «Gli Stati Uniti, gli ideali e i valori che hanno rappresentato negli ultimi 250 anni, sono messi a dura prova come mai prima d’ora. Quei valori e quegli ideali non sono mai stati così in pericolo come lo sono ora».

Come accadde nel 2011, quando a dar man forte ai manifestanti di Occupy Wall Street allo Zuccotti park andarono Tom Morello dei Rage Against The Machine e vecchie glorie come Neil Young, David Crosby e Graham Nash, anche stavolta a esprimere sdegno e protesta sono vecchi rocker “barricaderi” come Springsteen e Neil Young. Il secondo ha ritirato la sua musica da Amazon, perché il suo proprietario Jeff Bezos sostiene Trump, e l’ha offerta gratuitamente al popolo della Groenlandia. 

Nessun’altra star è scesa apertamente in campo. Non c’è stata una Taylor Swift ad alzare la voce. E Billie Eilish, Olivia Rodrigo, Stephen Colbert e Jimmy Kimmel si sono limitati a esprimere il proprio disappunto sui social. Di nuovi gruppi rock ce ne sono, a centinaia, ma preferiscono un profilo più basso e aristocratico, nessuno di loro sembra volersi fare carico di essere portavoce di alcunché. «Lo sconforto per me è vedere che il rock ha toccato un punto morto… le uniche persone che dicono qualcosa che conta sono i rapper», aveva commentato tempo fa Roger Daltrey dei The Who, per poi aggiungere: «Anche la maggior parte del pop è senza senso e facilmente dimenticabile: guardi queste popstar moderne e non ti rimane assolutamente nulla».

Accade anche in Italia. E il Festival di Sanremo è lo specchio. C’è una generazione che parla continuamente di sé, ma sempre più raramente del mondo che la circonda. La Gen Z, cresciuta dentro crisi permanenti – economiche, climatiche, sanitarie, geopolitiche – sembra aver sviluppato una reazione difensiva: ritirarsi, più che reagire. Non è apatia, né semplice disinteresse. È una forma nuova di chiusura, spesso scambiata per consapevolezza.

Mai come oggi si è parlato tanto di salute mentale, di confini emotivi, di “proteggersi”. Concetti legittimi, necessari, a lungo ignorati dalle generazioni precedenti. Ma il punto critico emerge quando la tutela di sé diventa sottrazione sistematica alla realtà. Quando ogni conflitto è “tossico”, ogni frustrazione è un trauma, ogni opinione contraria è una violenza.

La Gen Z è la prima generazione completamente socializzata online. Non usa i social: vive dentro i social. Algoritmi che promettono comfort e riconoscimento costruiscono ambienti su misura, bolle identitarie dove non si discute, si conferma. Il dissenso non viene affrontato: viene silenziato, bloccato, denunciato. La realtà, quando disturba, si scrolla via. 

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