– L’appello dell’artista islandese affinché la regione semi-autonoma della Danimarca dichiari la sua indipendenza: «Il colonialismo mi ha sempre fatto venire i brividi di orrore»
– La Ue risponde a Trump: «Fa parte della Nato, i confini sono un principio inviolabile». Quando l’allora presidente USA Truman tentò ci comprarla per 100 milioni di dollari
Dopo la cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro da parte delle forze militari statunitensi sabato 3 gennaio, il presidente Donald J. Trump ha indirizzato nuove minacce ad altri Paesi, dal Messico alla Colombia, sino alla Groenlandia, attualmente una regione semi-autonoma della Danimarca. «Abbiamo assolutamente bisogno della Groenlandia. Ci serve assolutamente per motivi di sicurezza», ha tuonato il capo della Casa Bianca.
Parole che non sono affatto piaciute alla Danimarca, all’Europa e alla cantautrice Björk che, sebbene sia di origini islandesi, ha voluto esprimere vicinanza al popolo della Groenlandia. «Mando a tutti i groenlandesi una benedizione nella loro lotta per l’indipendenza», ha scritto l’artista su Instagram. «Gli islandesi sono estremamente sollevati di essere riusciti a liberarsi dei danesi nel 1944, non abbiamo perso la nostra lingua (i miei figli ora parlerebbero danese) e ho provato spesso compassione per i groenlandesi, soprattutto quando è emerso il caso della contraccezione forzata, dove 4.500 bambine dai 12 anni in su hanno ricevuto la spirale senza che ne fossero a conoscenza tra il 1966 e il 1970».
«Il colonialismo mi ha sempre fatto venire i brividi di orrore», continua Björk. «La possibilità che i miei compagni greenlander possano passare da un crudele colonizzatore all’altro è troppo brutale per immaginarlo. Cari groenlandesi, dichiarate l’indipendenza!!!».

Domenica, il primo ministro danese Mette Frederiksen aveva risposto al presidente Trump con una dichiarazione pubblicata su Facebook: «Fermate le minacce contro un alleato storicamente stretto e verso un altro Paese e un altro popolo, che hanno dichiarato molto chiaramente di non essere in vendita». Anche il Primo Ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen aveva definito le dichiarazioni di Trump «molto maleducate e irrispettose».
Oggi è arrivata la tanto attesa risposta dell’Unione Europea: «La sicurezza dell’Artico rimane una priorità chiave per l’Europa ed è un punto critico per la sicurezza internazionale e transatlantica», ma «l’integrità territoriale e i confini di Danimarca e Groenlandia sono principi inviolabili»: ed entrambe fanno parte della Nato.

Intanto – secondo quanto scrive l’Economist – proprio Washington starebbe lavorando a diverse ipotesi per rafforzare l’influenza americana sulla Groenlandia: tra esse, quella un accordo di associazione con la Groenlandia che escluderebbe la Danimarca. Si tratterebbe di un’intesa di tipo politico e militare – sul modello di quelle con gli Stati Federati di Micronesia, le Isole Marshall e la Repubblica di Palau – per consentire a Washington di schierare più liberamente truppe ed espandere le sue infrastrutture militari. Al momento, secondo quanto stabilito dal trattato tra Washington e Copenaghen, non ci sono limiti espliciti al numero di militari che gli Stati Uniti possono schierare nella loro base in Groenlandia, sebbene qualsiasi aumento significativo debba essere prima concordato.
I tentativi di Trump di mettere le mani sulla Groenlandia – già definiti assurdi nel 2019, durante il suo primo mandato, da parte della Danimarca – non sono privi di precedenti. Clamoroso quello che tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta vide protagonista il presidente Harry Truman, il primo a tentare di comprare la Groenlandia, e in quel caso l’amministrazione americana offrì 100 milioni di dollari. Furono sdegnosamente rifiutati. Oggi equivarrebbero, rivalutati, a circa 1,5, se non addirittura 2 miliardi di dollari.
Il caso Venezuela
Giorni fa contro il presidente americano Trump era sceso in camp Roger Waters con un intervento durissimo sul raid in Venezuela con la conseguente deposizione di Nicolás Maduro che con la moglie è stato portato in America per essere processato con le accuse di terrorismo, traffico di droga e di armi. «Sono le 11 del mattino del 3 gennaio 2026. Siamo tutti sconvolti, sotto shock, per questo selvaggio atto di aggressione dell’impero degli Stati Uniti d’America contro i nostri fratelli e sorelle e compagni in Venezuela, quella grande e meravigliosa espressione della rivoluzione bolivariana», ha scritto l’ex Pink Floyd sui social. E ancora: «Siamo con voi. Nessuno di noi, in nessuna parte del mondo, sostiene ciò che stanno facendo. Quando dico che applauderemmo le vostre azioni nei Caraibi, credo di parlare a nome di una percentuale imprecisata, ma probabilmente del 99% delle persone del pianeta».
Una posizione che si allinea con altri colleghi come ad esempio Bruce Springsteen che con Trump è stato sempre molto critico: «Non mi importa di cosa pensa di me. È la personificazione vivente dello scopo del 25esimo emendamento (la successione presidenziale e la rimozione del Presidente in caso di incapacità, ndr) e dell’impeachment. Se il Congresso avesse un minimo di coraggio, lo butterebbe nel dimenticatoio della storia».
