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BABBO NATALE ci scrive: basta Mariah Carey

Pubblichiamo la lettera aperta alla cantante americana. «La sua canzone, “All I Want for Christmas Is You”, è diventata di fatto l’inno unico della stagione natalizia. Un monopolio melodico che ha finito per trasformare una festa plurale in una colonna sonora ripetitiva»

Cari umani,

lo sappiamo tutti: il Natale dovrebbe essere un periodo di gioia, meraviglia, campanellini discreti in lontananza. Una fiaba sonora. E invece, da ormai trent’anni — trenta, NON UNA SETTIMANA, e questo che sta per arrivare sarebbe il trentunesimo — vivo immerso in un loop sonoro che manco nei peggiori incantesimi degli elfi apprendisti: All I Want for Christmas Is You.

Non fraintendetemi, Mariah è una professionista straordinaria. Voce angelica. Soprattutto per me, che con gli angeli ci lavoro spesso. Ma basta. Basta davvero.

Ogni dicembre è la stessa storia. Scendo sulla Terra per fare un sopralluogo logistico: in ogni negozio, ristorante, palestra, sala d’attesa del dentista, persino nei bagni degli autogrill… parte quella melodia. Ta-ra-taa-taa… E io mi ritrovo a finire le consegne con almeno sette renne in lacrime per l’ennesimo acuto della Carey.

La canzone ha avuto un impatto notevole: da quando esiste, tutti pensano che io sia una specie di Cupido plus-size. Vi ricordo, con affetto ma fermezza: «NON sono un’agenzia matrimoni. Sono un corriere stagionale». Eppure, ogni anno mi ritrovo invischiato in questo romanticismo obbligatorio.

Mariah ha riscritto l’immaginario natalizio: un Natale dove tutti si baciano sotto il vischio, si promettono amore eterno, saltellano sulla neve in abiti che nemmeno un elfo riuscirebbe a indossare senza prendersi una polmonite.

Io? Io consegno pacchi da milioni di chilometri, guido una slitta del ’700, faccio turni peggio dei rider. Ma nelle canzoni non ci sono io: ci sono solo amori, fiocchi glitterati e quella nota finale che mi fa vibrare la barba come un diapason.

È ora di cambiare playlist. Perché — lasciatemelo dire — il Natale è molto più vario. È jazz, è soul, è rock, è tradizione popolare, è folklore. È Bing Crosby che sussurra, è Ella Fitzgerald che ti coccola, è Darlene Love che ti abbraccia con una fierezza che neanche la Renna Cometa nei suoi giorni migliori. Sono le nenie dei pastori, le cornamuse. E poi ci sono i classici veri: quelli che non ti aggrediscono al primo accordo, non ti inseguono nei centri commerciali, non ti entrano nel cervello come codici promozionali.

Ecco la mia proposta per il bene delle renne, degli elfi e soprattutto della mia salute mentale:

  • 1. Mariah sì, ma una volta al giorno. Come il panettone per chi soffre di reflusso.
  • 2. Riscoprite le vecchie registrazioni. Non fanno tendenza su TikTok, ma tengono in piedi la magia.
  • 3. Spazio alle nuove voci. Non tutte vogliono imitare Mariah: alcune hanno idee, altre persino melodie senza campanelle obbligatorie.
  • 4. Ogni playlist natalizia dovrebbe contenere almeno un brano che sappia di neve vera. Non quella digitale.

Lo dico senza rancore: Mariah, cara, ti voglio bene. Hai fatto la storia. Hai fatto i soldi. Hai fatto TUTTO. Ora, per favore, concedimi un Natale di tregua. Altrimenti l’anno prossimo, ve lo giuro su Rudolph, arrivo con i tappi per le orecchie e metto Silent Night in loop globale.

Buon Natale a tutti, anche se non mi ascolterete.

Babbo Natale

(timbro ufficiale, inchiostro al gusto di cannella)

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