Storia

“Asia respira”, un brano sugli abusi sui minori

– Asia Morellini, ventiquattrenne cantautrice emergente, racconta ciò che ha vissuto a 7 anni e come quel trauma continui a incidere sulla sua vita adulta
– «È stata una scelta difficile pubblicare questo pezzo. È passato del tempo fra il momento in cui l’ho scritto e il momento in cui ho deciso di pubblicarlo»
– «Non l’ho fatto per parlare di quello che mi è successo. Volevo cercare di far sentire “comprese” le altre ragazze che hanno vissuto qualcosa di simile»

Nella lunga storia della musica popolare, ci sono temi che gli autori hanno scelto di sfiorare con cautela, come si fa con una porta socchiusa da cui filtra una luce incerta. Gli abusi sui minori appartengono a questa categoria: un argomento che non cerca la canzone, ma che la canzone, talvolta, sente il dovere di affrontare. Perché ci sono verità che non vengono dette da nessuna parte, se non da qualche voce coraggiosa.

La prima che torna in mente è Luka di Suzanne Vega (1987), una sorta di piccolo melodramma urbano raccontato con una delicatezza che ancora oggi sorprende. La cantautrice americana sceglie la prospettiva della vittima – un bambino che vive “al secondo piano” – e svela la violenza solo per induzione, attraverso sottili incrinature nel linguaggio: il vero colpo allo stomaco è proprio ciò che non viene detto. È uno dei casi più emblematici in cui la canzone riesce a fare ciò che spesso la cronaca fatica a fare: restituire umanità a chi non trova voce.

Se Luka suggerisce, altri brani hanno osato un linguaggio più diretto. Polly dei Nirvana (1991) è uno dei più discussi: Kurt Cobain adotta il punto di vista dell’aggressore, un’operazione che all’epoca apparve scioccante ma che Cobain difese come un tentativo di denuncia radicale, capace di esporre la logica disumana della violenza proprio mostrandola dall’interno. La canzone, letta oggi, è figlia di una stagione in cui il rock voleva forzare i confini dell’esprimibile, a costo di risultare disturbante.

Diversa la scelta di Tori Amos, che nel brano Me and a Gun (1992) trasformò una ferita personale in un monologo nudo, senza accompagnamento musicale. Non è semplicemente un brano “su” un abuso, è la voce di chi quell’abuso l’ha attraversato. Un atto di coraggio che ha aperto una strada a molte cantautrici che, negli anni successivi, hanno usato la musica come spazio di testimonianza.

In Italia, il tema è stato affrontato più raramente, e spesso con metafore. Vale la pena ricordare Ti voglio di Gianna Nannini (2003), che denuncia le manipolazioni affettive e psicologiche esercitate sugli adolescenti, o il racconto più esplicito di Jenny è pazza di Vasco Rossi (1978), che pur non trattando direttamente abusi sessuali, mette al centro quella fragilità giovanile che spesso nasce da traumi taciuti.

Asia Morellini, ventiquattrenne cantautrice emergente, nel suo nuovo singolo, Asia respira, racconta ciò che ha vissuto a 7 anni e come quel trauma continui a incidere sulla sua vita adulta. La ripetizione di “respira” nel testo non è una formula di auto-incoraggiamento, ma il tentativo di riportare il corpo nel presente, di recuperare un ritmo che l’abuso ha alterato e che, a distanza di anni, continua a interrompersi. “Non respiro, lui non va via”, al contempo, rappresenta l’affiorare di una reazione istantanea, la prova di quanto il passato continui a interferire con la vita adulta anche quando la mente tenta di procedere oltre.

«È stata una scelta difficile pubblicare questo brano», confessa Asia. «È passato del tempo fra il momento in cui l’ho scritto e il momento in cui ho deciso di pubblicarlo. Non ero sicura che fosse la cosa giusta. Non so ancora se lo è. Però, quando ho messo sul piatto della bilancia da una parte i motivi per cui farlo e dall’altra quelli per non farlo, mi sembrava che pesassero di più i primi. Non l’ho pubblicato per raccontare qualcosa di me o per sfogarmi, per parlare di quello che è successo a me. Ci tenevo tanto a far sentire “compresa” anche a una sola ragazza. Quando succedono questi episodi, sono talmente grandi, talmente assurde e terribili, che tu sei convinta di essere l’unica al mondo a cui è successa una cosa del genere. O, quantomeno, pensi che ad altri è accaduto, ma le vedi come persone lontane, non credi mai che qualcuno vicino a te possa averlo vissuto. E, invece, succede continuamente, a tantissime persone, ma non se ne parla, perché è stato deciso che di queste cose non si deve parlare, perché non è il caso, è meglio di no. E, quindi, io mi sono sentita sola per tanto tempo e volevo cercare di far sentire “comprese” e non sole le altre ragazze che hanno vissuto qualcosa di simile. Il mio obiettivo era dare una carezza a quelle ragazze che non parlano, ma che hanno subìto».

  • La domanda che ritorna, ogni volta che un artista decide di attraversare questo territorio, è sempre la stessa: può una canzone contenere un dolore così grande? E soprattutto: può farlo senza trasformarlo in spettacolo?

«Io penso che, quando hai vissuto una dramma come questo, non hai per niente voglia che venga trasformato in spettacolo. Pubblicare questa canzone è stata anche una violenza che mi sono fatta. È stata una scelta forte farlo e ancora nutro dei dubbi. Vorrei che questo non diventasse un “gossip”, vorrei che il mio vissuto restasse fuori il più possibile. Non mi interessa entrare nei dettagli di quello che mi è successo, ma mi interessava farlo con lo scopo di aiutare qualcun altro e basta».

Forse la risposta sta proprio nel modo in cui molti autori, come Asia Morellini, hanno scelto di muoversi: con pudore, con rabbia, con un forte senso di responsabilità. Perché la musica, quando vuole, può fare ciò che le parole da sole non riescono a fare: creare un ponte emotivo, mettere l’ascoltatore nella posizione scomoda ma necessaria di chi non può più fingere di non sapere. La testimonianza di Asia assume un’importanza che va oltre il racconto personale. Non resta circoscritta alla dimensione individuale, perché anziché limitarsi a raccontare la tragicità dell’evento, entra in un territorio raramente affrontato nella musica italiana, quello delle conseguenze che un abuso lascia nel tempo.

Asia Morellini

Asia già a 3 anni prendeva lezioni di propedeutica al canto. «A 18 anni ho iniziato a scrivere versi di canzoni, finché non ho pubblicato il mio primo singolo nel 2023, Treni», al quale ne sono seguiti altri sei, alcuni dei quali progetta di inserire in un EP di prossima pubblicazione. Canzoni dalla vena cantautorale, molto personali, intimiste, malinconiche, riflesso probabilmente del silenzioso mondo sospeso e dell’equilibrio fragile dell’ambiente lacustre nel quale è cresciuta e vissuta, fra i laghi di Comabbio, Monate e di Varese, «poi ho vicino anche il Lago Maggiore», aggiunge. «Sono influenzata da questi luoghi. Sono i miei paesaggi, la città è arrivata più tardi. Io sono cresciuta qui e sono veramente tanto legata ai miei luoghi, alla natura, ai laghi. Sento di appartenere a questi luoghi».

Mentre come modelli di riferimento ci sono i “padri” della canzone d’autore: De André, De Gregori, Dalla, Cocciante, «la parte del testo è stata sempre importante nei miei ascolti», spiega. «Se devo pensare a una donna alla quale mi ispiro tanto è Angelina Mango». Nel futuro non esclude la possibilità di partecipare a qualche talent: «L’anno prossimo vorrei tentare con un Sanremo Giovani o un’Area Sanremo». Nel frattempo, intreccia verso e recitazione, sdoppiandosi fra Milano, dove si concentra l’attività musicale, e Roma, dove si è diplomata attrice nel 2023. «Ho lavorato in pubblicità, ho avuto una piccola parte nella terza stagione di Call My Agent e anche una particina in una puntata del Gialappa’s Showdov’ero vestita da suora. Piano piano ho cominciato ad affacciarmi anche in quel mondo».

  • Adesso Asia ha ripreso a respirare?

«Ci prova, ci riesce la maggior parte del tempo… Continua a provarci. S’impara a convivere con il trauma, non si può mai cancellare del tutto, credo».

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