– Uno fra i jazzisti più accreditati e più “internazionali”, per stile e visibilità, del jazz italiano pubblica il suo album di piano solo intitolato “Kind of…”
– Un lavoro nel segno della versatilità e della varietà, specchio di un percorso artistico gran parte del quale si è svolto accanto ai giganti del jazz americano
– «Ho scelto di rimanere in Italia, accanto alla mia famiglia. Una decisione che ha influito sulla mia carriera». Il ricordo di Benny Golson e la stima di Hancock
La vita? Alla fine, è tutta una questione di “sliding doors”, per ricordare l’omonimo film con Gwyneth Paltrow. «Mio padre, ancor prima che nascessi, ha avuto l’occasione per andare a lavorare in Canada, mia madre non ha voluto. Potenzialmente, quindi, sarei potuto nascere in Canada», ricorda sorridendo Antonio Faraò, uno fra i pianisti più accreditati e più “internazionali”, per stile e visibilità, del jazz italiano.
Quella porta sul continente americano per il neosessantenne pianista e compositore romano, ma milanese per adozione e accento, si è riaperta altre, tante, volte, per poi richiudersi sempre. «Io ho fatto le cose molto più lentamente rispetto ad altri colleghi. Aver l’occasione di uscire in America è diverso, il feedback è differente», commenta. «Le occasioni ci sono state, poi per diversi motivi non mi sono trasferito perché avevo anche i miei genitori a cui tenevo molto… Sono ultimo di cinque figli, mi sentivo più responsabile e non ho fatto questa scelta. Sicuramente ha influito sulla mia carriera».

Antonio Faraò è nato in una famiglia di artisti: madre pittrice e padre batterista jazz. È cresciuto ascoltando grandi nomi del jazz come Benny Goodman, Count Basie, Duke Ellington, Frank Sinatra ed Ella Fitzgerald. Dal suo ambiente familiare, Antonio Faraò ha acquisito l’amore per lo swing.
L’attaccamento alla famiglia e alla sua terra non gli ha tuttavia proibito di suonare e collaborare con moltissimi musicisti di prima grandezza come, tra gli altri, Jack DeJohnette, Billy Cobham, Ivan Lins, Miroslav Vitous, John Abercrombie, Didier Lockwood, Billy Hart, Lenny White, Eddie Gomez, Bob Berg, Joe Lovano, Dave Liebman, Wayne Shorter, Richard Galliano, Al Jarreau, Marcus Miller, Toots Thielemans, Christian McBride… Ha goduto e gode della stima di un mostro sacro del settore come Herbie Hancock che dice di lui:
Ci sono calore, convinzione e grinta nel modo di suonare di Antonio Faraò. Mi hanno immediatamente attratto la sua concezione armonica, la gioia dei suoi ritmi e il suo senso di swing, la grazia e il candore delle sue linee melodiche improvvisate. Antonio non è solo un ottimo pianista, è un grande
Herbie Hancock
«Ho fatto questo mio percorso italiano e internazionale grazie al fatto di aver avuto l’occasione di registrare con Franco Ambrosetti che mi ha portato in America», racconta Faraò. «Dovevo fare solo un brano, poi alla fine ho registrato quattro pezzi sul disco. Complice il sassofonista Larry Schneider che mi stava ascoltando nel soundcheck. Rivolgendosi ad Ambrosetti, ha commentato: “Non ho mai sentito suonare jazz in questo modo”. Così Ambrosetti mi ha coinvolto nel suo progetto americano di un disco con Miroslav Vitous, Billy Drummond, John Abercrombie. Registrammo Light Breeze (1997)».
Come una vita può cambiare in un attimo, anche le atmosfere di un disco possono trasformarsi in un batter di ciglia. Come nel caso di Kind of…, lavoro che segna il debutto di Faraò al piano solo. Le dita svolazzano come farfalle sui tasti traendo suoni, colori, come nettare. Note profonde, espressive, unite nell’equilibrio e nella ricerca di una linea melodica o armonica sempre originali e ricercate, che si alternano con momenti più ritmici e nervosi. Romanticismo, blues e improvvisazione. E una carica emozionale a fare da filo conduttore.
Antonio Faraò si conferma un musicista versatile e poliedrico. Negli ultimi anni è passato da Takes on Pasolini, dedicato allo scrittore e regista, all’omaggio al maestro Trovajoli in Woman’s Perfume (2008), dall’eccelso Domi (2010) a un disco natalizio fino a Tributes, uscito lo scorso anno, nel quale è accompagnato da John Patitucci e Jeff Ballard: una serie di tributi a musicisti con i quali Faraò ha avuto un rapporto umano e artistico intenso o che hanno segnato il suo percorso musicale come McCoy Tyner, Wayne Shorter, Didier Lockwood, Michel Petrucciani.

Kind of… riflette questa duttilità nella varietà delle atmosfere dei brani originali, come nella scelta delle cover: due provenienti dallo sterminato songbook americano – There Will Never Be Another You (Harry Warren) e I Didn’t Know What Time It Was (Richard Rodgers) -, e due storici e celeberrimi brani come O Que Será di Chico Buarque de Hollanda e Round Midnight di Thelonious Monk.
«Questa lettura potrebbe anche starci, anzi ci sta sicuramente, ma la semplificherei subito», spiega Faraò. «Kind of… è nato come brano perché mi ha ispirato Flamenco Sketches, una traccia di Kind of blue: mi ricordava un po’ l’atmosfera di quel brano e quindi l’ho chiamato Kind of… per questo motivo. Il jazz già spazia nei generi, con tutte le influenze che ha questo tipo di musica. Tra l’altro, io amo la musica sudamericana, Farao sembra un nome quasi brasiliano, molti me lo chiedono. Amo spaziare parecchio, pur mantenendo uno stile omogeneo che esprime la mia personalità».
- Un disco di “piano solo” per un jazzista rappresenta un traguardo, è una sfida o è soltanto una tappa importante in un percorso di crescita?
«Non è una sfida, è una tappa importante per ogni pianista, perché è considerata un po’ come la “prova del 9”. In passato, ho avuto alcune occasioni per registrare un disco per piano solo, purtroppo non si sono realizzate. Ho preferito aspettare e maturare meglio questo passo. Forse è stato registrato un po’ troppo in là, ma, alla fine, meglio tardi che mai, come si dice».
- Qual è la dimensione che preferisce sul palco e in studio?
«Ogni situazione è importante. Il piano solo è una dimensione completamente diversa, dove tu sei l’orchestra e devi creare tutto, dalle linee di basso al riempimento degli accordi con le decime. È chiaro che hai una responsabilità maggiore rispetto a quando suoni in trio o in quartetto. A me piacciono tutte le situazioni. Mi piace suonare in diversi progetti».

- Fra tutti i grandi musicisti con cui ha lavorato, c’è qualcuno che ricorda con maggiore affetto?
«Benny Golson senz’altro. Purtroppo, è scomparso proprio un anno fa, è stato un grande dolore per me. Lui è stato l’artista con il quale mi sono trovato meglio. È stata una esperienza professionale, artistica e umana di livelli inimmaginabili. Una persona splendida. Poi con Ambrosetti stesso, con Joe Lovano, altra persona incredibile. Sono stato invitato da Hancock all’International Jazz Day, un onore immenso. Quando avevo 17 anni è stata importante l’esperienza con il quartetto di Claudio Fasoli, con il quale ho registrato il mio primo disco importante».
- Rispetto ai suoi inizi, come è cambiato il mondo del jazz?
«Purtroppo, è cambiato molto. Una volta si vendevano i dischi, oggi è cambiato l’ascolto da parte delle persone. Sono cambiati anche i musicisti, le nuove generazioni, colpa delle nuove tecnologie, che sono utili ma distruggono allo stesso tempo. Oggi un musicista è valutato dai follower piuttosto che dalla sua esperienza, dal suo background. E anche se la preparazione tecnica risulta indiscutibile, magari si difetta, in qualche caso, di personalità. Una volta ti facevi le ossa andando a fare le jam session, suonando con gli americani nei club. A Milano c’erano il Capolinea e le Scimmie, ma ogni città ne aveva uno. La musica sta subendo un degrado, perché non si può giudicare in 30 secondi un musicista. Non è questo il jazz. Il jazz è una musica molto più profonda e va presa molto più spiritualmente: è una missione. Fare il musicista è una missione, non deve diventare un mezzo per farsi vedere o farsi dire quanto sei bravo. È una cultura che stiamo perdendo a causa dei social e di internet».
- Oggi la soglia di attenzione si è abbassata, la musica è relegata a sottofondo mentre lavoriamo, facciamo acquisti o passeggiamo. Mancano i locali dove poter ascoltarla, il Capolinea e le Scimmie, da lei citati, hanno chiuso.
«Ho avuto l’onore di fare il direttore artistico del festival di Lainate e ho dedicato uno spazio a quei locali che oggi non ci sono più. Erano luoghi dove si suonava, si ascoltava la musica, ci si incontrava, si beveva una birra, si scambiavano esperienze, nascevano progetti. Questo mondo, questa cultura, sono scomparsi».
