– Nuovo album per il trombettista salentino, che si presenta in una veste nuova dopo l’incubo che ha messo a rischio la sua carriera. «Nella musica e nella famiglia ha trovato la forza per ricominciare». E alle tre figlie dedica il disco
– «Sentivo l’esigenza di presentarmi in una veste nuova, sia musicalmente che umanamente. È un capitolo nuovo, non sono il “bopper” di sempre». Un lavoro che abbraccia più generi e più stili: da Beethoven al rap e al pop
– In alcuni brani c’è «l’idea di far cantare la tromba, di farla recitare. Questo suono nuovo, un po’ contaminato, mi differenzia da ciò che ero prima». «Il pianista Claudio Filippini mi ha fatto da Virgilio nel mondo dell’elettronica»
Quando si esibì lo scorso aprile al Monk Jazz Club di Catania insieme al fisarmonicista Vince Abbracciante nel progetto Melodica, il trombettista Andrea Sabatino era appena uscito da un incubo: una ipercheratosi allo stato severo al labbro inferiore. Tradotto, una forma tumorale al labbro inferiore, manifestata attraverso una macchia bianca, problema nato nella parete del labbro entrata in sofferenza a causa della tromba. Per il musicista di Galatina, apprezzato e stimato dai suoi colleghi, poteva segnare la fine di una carriera.
«Sono rimasto fermo per più di nove mesi. Fortunatamente il tumore è risultato benigno, però il labbro ha subìto un forte trauma perché sono dovuto andare sotto i ferri con la paura di non poter più tornare a suonare, nonostante le rassicurazioni dei medici. Però, sai, quando ti tagliano un labbro in due, ti mettono un po’ di punti in bocca, ti viene un momento di smarrimento».
Andrea Sabatino non si è arreso. Nel periodo di pausa forzata si è seduto al pianoforte ed ha scritto la musica per l’album Fatata che esce sabato 17 gennaio, giorno in cui sarà presentato “live” alle 20:30 al Teatro Don Orione di Arnesano (provincia di Lecce).

«Ovviamente, è stato un periodo di riflessione», riprende Sabatino. «Le giornate trascorrevano tra la scrittura e la scoperta di mondi nuovi. Venendo dal mondo del mainstream, del bebop, che mi ha caratterizzato nei miei primi dischi, sentivo l’esigenza di presentarmi in una veste nuova, sia musicalmente che umanamente. Perché sono batoste della vita che ti formano, ti irrobustiscono a livello caratteriale».
Per uscire dall’incubo, il trombettista ha trovato la forza nella musica e nella famiglia. In particolare, in Beatrice, Fatima e Benedetta, le tre figlie che appaiono sulla copertina del disco abbracciate al papà, protagoniste anche del video del brano che dà il titolo all’album e la voce di una delle tre, Benedetta, detta “Tatta”, introduce l’omonimo brano. «Un brano nato dal verso di un ritornello che lei, in un pomeriggio d’inverno, canticchiava come un tormentone in casa, perché lei è un’artista, canta, balla. Mi piace, tant’è che la registro. Da lì è nata l’ispirazione del brano e di creare un loop con la sua voce».
Una sorta di favola, come lascia intuire anche il titolo del lavoro e del brano che chiude il disco come un film, sfumando sulle immagini e sulle note con una ballata carica di emozione. «L’idea di questo brano è venuta in studio», rivela Sabatino. «Avevamo finito le registrazioni, ma sentivo che mancava qualcosa. Rimasto solo con il pianista Claudio Filippini, che è stato il mio Virgilio nell’uso dell’elettronica, gli ho detto: “Dobbiamo fare qualcosa in duo”. “E come?”, mi ha risposto. “Chiudiamo gli occhi e suoniamo”. Detto, fatto. E il miracolo è avvenuto: è uscito fuori Fatata, che ha dato il nome al disco, con una sola “take”, nessuna ripetizione, nessuna correzione».
Fatata è il “disco della vita” per Andrea Sabatino. Nel quale fa un excursus fra tutti gli stili ed i generi che ha frequentato nella sua carriera, collaborando con tanti artisti, Dee Dee Bridgewater, Mario Biondi, Mario Rosini, Fabrizio Bosso, Rosario Giuliani, Daniele Scannapieco, Marco Tamburini, Paolo Fresu, Javier Girotto, Fabio Zeppetella, Roberto Gatto, Simona Molinari, Raphael Gualazzi, Sergio Cammariere.
Si va dal funk e dal rap di Fafa agli echi mediorientali di Road to Nazareth, dalla ballata R&B Starmaker, presa in prestito dall’ex Blues Brothers Lou Marini, all’introduzione beethoviana piano e violoncello di I Remenber Ludwig, dal pop di Life, popolare hit anni ’90 di Desirée, con il feat. della cantante italo-algerina Badrya Razem, all’omaggio ad Avishai Cohen, fra i suoi nuovi modelli (oltre a Miles Davis), in For Avishai. Come il pasticciotto, il celebre dolce salentino inventato proprio a Galatina, dove è nato il trombettista, Fatata è una dolce frolla, contenitore di bellezze: si viene travolti da un vortice cremoso di suoni, ritmi, melodie, armonie.
«Lo definisco il “disco della mia vita” perché ho cercato di far confluire nella scrittura tutto ciò che mi ha caratterizzato musicalmente in questi anni», riflette il trombettista. «Non sono una persona che si vanta, ma di una cosa sono orgoglioso: di aver suonato tutto, in qualsiasi contesto, con tanti musicisti, e sempre ho imparato qualcosa di nuovo. Dalla banda alla musica popolare, dall’orchestra alla musica leggera, ho sempre cercato di trarne qualcosa di positivo per portarlo in quello che suonavo o scrivevo. Fatata lo rispecchia. Il fatto di dedicare un brano ai bambini della Palestina, come Road to Nazareth, o ad Avishai Cohen, il trombettista israeliano, che è stato per me un punto di riferimento sia a livello umano, per quello che è successo nelle sue terre, ma soprattutto per la sua musica, che mi ha fatto capire che poteva esserci qualcosa di nuovo nel jazz».

- Fatata, quindi, anche come disco di cambiamento?
«Un capitolo nuovo, sicuramente. Un Andrea Sabatino musicista che si presenta in una veste musicale diversa. Mi hanno sempre definito come un “bopper”. Nei primi anni venivo chiamato “il nuovo Bosso”, perché Fabrizio è stato per me come un fratello: è stato il mio maestro e il “colpevole” della mia passione per il jazz. È giusto avere dei modelli, come dico sempre ai miei allievi in Conservatorio, attingere dai grandi, però è importante che si arrivi a costruire una immagine personale, un sound originale, il proprio mood, la propria storia».
Tra i maestri, e oggi fan, di Andrea Sabatino c’è anche Paolo Fresu, una delle “eccellenze” del jazz italiano, che firma le note di copertina: «Un ottimo lavoro pieno di bella musica, di idee, di visione e di passione», scrive. «Vi si percepisce un bisogno di indagine e di cambiamento».
Un altro dei pregi dell’artista salentino è l’umiltà. La sua tromba è protagonista, mai predominante. Lascia il segno, traccia la rotta, ma non deborda mai, non copre gli altri musicisti.
«Sono rimasto quell’Andrea che a 4 anni voleva già andare a suonare in banda e piangeva per farsi portare dai genitori», sorride. «La buona riuscita di un progetto non è legata solo al leader. Nel jazz ha un ruolo cruciale l’“interplay”. C’è un disco di Bill Evans con Freddie Hubbard, Ron Carter, Cedar Walton e Tony Williams che rappresenta il significato di “interplay”: suono bene se riesco a far suonare bene anche gli altri. Devo essere bravo a tirarmi dietro il resto della band. Io sono fortunato, perché nel mio gruppo ho dei musicisti bravissimi: Claudio Filippini credo che sia uno dei migliori pianisti italiani e non solo, ed è stato fondamentale in questo progetto, perché l’elettronica per me era un mondo nuovo. Antonio De Luise al basso elettrico è fortissimo, gli assoli nel disco lo testimoniano, e ho scelto i colori della batteria di Dario Congedo. E poi cercavo una voce calda per Life e l’ho trovata in Badrya Razem. E, infine, il violoncello di Francesco Mariozzi per I Remember Ludwig e il rapper Davide Leucci, in arte Done, che ha scritto il testo di Fafa».

- Ci sono due brani – Hub e South – che attraversano il disco come due soffi, due sussurri.
«In questi due brani c’era l’idea di far cantare la tromba, di farla recitare. Questo suono nuovo, un po’ contaminato, che mi differenzia un po’ da tutto ciò che ero prima, in queste due tracce provo a tirar fuori. Hub è dedicato al costruttore degli strumenti fantastici – tromba e flicorno – che suono, Hub van Laar, che è venuto a mancare qualche anno fa. Mentre South funge da preludio a Road to Nazareth ed è come se fosse un canto malinconico, struggente che pensa a tutti i bambini, a tutte le persone che non ce l’hanno fatta solo per l’odio maledetto del potere, dei soldi, di una guerra che non ha senso».
- Perché del repertorio di Lou Marini hai scelto una ballad soul?
«Perché è un pezzo che mi lega a un trombettista che io ho amato tanto e che ho pianto tanto alla sua scomparsa, che è Roy Hargrove. Mi sono innamorato di questo brano per la versione che ne ha fatto Hargrove. E poi è un omaggio a Lou Marini, perché ha scritto un capolavoro, tant’è che gli ho mandato la registrazione. Lui è rimasto contento, mi ha mandato i complimenti e mi riferiscono che nelle sue esibizioni, quando suona Starmaker, cita la mia versione».
- E poi c’è una data fondamentale che dà il titolo a un brano: 10.10.10.
«In quella data costruisco tutto ciò che oggi è la mia vita privata. Costruisco la mia famiglia».
