– La cantautrice, rivelazione della musica portoghese, ospite della rassegna romana dell’Officina Pasolini. La musica tradizionale lusitana filtrata attraverso l’elettronica. Melodia e politica
– «Amália Rodrigues scriveva testi, ma non li firmava come suoi. Ci è voluto molto tempo prima che emergessero le cantautrici. Oggi si vedono così tante donne che scrivono, producono, creano»
Di acqua nel Tago ne è passata dai tempi in cui la divina Amália Rodrigues, la regina indiscussa del fado, scaldava i cuori dei portoghesi con il suo canto nostalgico e malinconico. «Lei scriveva testi, ma non li firmava come suoi. Ci è voluto molto tempo prima che emergessero le cantautrici», commenta la cantautrice lusitana Ana Lua Caiano.
Ora la situazione è notevolmente cambiata. La generazione di Ana rappresenta una nuova ondata. «Si vedono così tante donne che scrivono, producono, creano. Bia Maria è un’altra. È davvero bello vederlo. Penso che la musica portoghese sia in buona salute. Molti nuovi progetti stanno emergendo e sono molto, molto buoni».
Quello di Ana Lua Caiano intitolato Vou Ficar Neste Quadrado ha girato il mondo, protagonista in festival come Primavera Sound, Eurosonic, Roskilde e Reeperbahn. Ha vinto il Globo d’Oro per la “Miglior Canzone” con il brano Deixem o Morto Morrer ed è candidato ai Music Moves Europe Awards. Lunedì 22 settembre approda a Roma, all’Officina Pasolini, il Laboratorio di Alta formazione artistica e HUB culturale della Regione Lazio diretto da Tosca.

La musica di Ana si trova in un’affascinante intersezione: radicata nelle trame e nei ritmi del folk tradizionale portoghese, è modellata da sperimentazione elettronica, loop e ricerca sonora. È intima e politica, nostalgica e rivolta al futuro allo stesso tempo. La sua voce porta l’anima del fado, ma gli strumenti che usa appartengono a una nuova generazione.
È cresciuta in una casa piena dei suoni del Portogallo dell’era rivoluzionaria. «Fin da quando ero piccola, ascoltavo molti cantanti legati alla rivoluzione portoghese», racconta. «Molti di loro sono stati influenzati dalla musica tradizionale che è stata trasmessa oralmente. Hanno cantato canzoni che non hanno nemmeno scritto, ma registrato, e così tutti hanno iniziato a conoscerle».
Cantori come José Afonso, Sérgio Godinho, Fausto, José Mário Branco, Amélia Muge. Non erano soltanto musicisti, erano voci di resistenza, che usavano i loro strumenti come un modo per far superare le censure imposte durante la dittatura. «Non potevano essere troppo aperti su ciò che stavano criticando, ma sono stata davvero ispirata dal loro suono e dalle loro idee», osserva Ana. I viaggi in auto nel fine settimana ad Aveiro con la sua famiglia avevano sempre quelle voci in sottofondo. Faceva parte del suo DNA musicale prima ancora che prendesse in braccio uno strumento.
Quando ha iniziato a scrivere canzoni da sola, quelle influenze sono venute a galla spontaneamente. Ma man mano che cresceva, si ritrovò anche trascinata in un territorio sonoro molto diverso. «Ho iniziato a scoprire artisti come Björk, Portishead, Silver Apples, Laurie Anderson, Kraftwerk…», ricorda. «Musica fatta con sintetizzatori. Era un mondo completamente nuovo per me».

Quel mondo si è aperto proprio mentre il resto del pianeta reale si stava chiudendo. Nel 2020, con la pandemia che ha costretto alla clausura, all’isolamento. Ana, chiusa in casa, ha iniziato a sperimentare. Aveva comprato un sintetizzatore, aveva alcuni strumenti a percussione portoghesi e ha cominciato a usare tutto ciò che riusciva a trovare: oggetti domestici, bicchieri, chiavi, tutto ciò che faceva rumore. «È venuto tutto insieme naturalmente», ricorda. «Avevo tempo e dovevo affrontare quel momento in qualche modo».
Nel 2021, ha letto il bando per un concorso rivolto agli artisti solisti. Anche se non aveva mai suonato da sola sul palco, ha presentato un’idea ed è stata selezionata. «Ho avuto due mesi per preparare tre canzoni», racconta. «Mi sono esercitata ogni giorno. Ero ossessionata dal farlo bene».
Quella performance è stata la sua prima registrazione e l’inizio della sua vita come artista solista. Prima una breve serie di tre canzoni, poi una quarta canzone, cinque, sei, fino a uno spettacolo completo. «Sono un po’ timida», rivela. «Ma quando sono sul palco, cerco di trasmettere ciò che la canzone dice. Quindi non sono più me stessa: sono il personaggio della musica. Sento davvero quello che sto dicendo. Questo lo rende più facile». Era stata in una band prima di questo progetto solista; quindi, il palco non era un territorio del tutto nuovo. Ma stare soli sul palco significava un diverso tipo di presenza: più vulnerabile, più concentrata.

Per Ana Lua Caiano, quel percorso riguarda tanto la memoria quanto l’innovazione. Non sta cercando di ricreare il passato, ma non sta nemmeno cercando di sfuggirgli. La sua musica va in due direzioni – avanti e indietro – avvolgendo frammenti di tradizione in qualcosa di urgente e vivo. Il suono di Ana non fa solo riferimento alla tradizione portoghese, la rimodella. «Penso che la risposta sia stata davvero buona», riflette. «Nel fado, ad esempio, ci sono regole più tradizionali. Ma con altri tipi di musica tradizionale portoghese, in particolare le tradizioni orali, non ci sono regole rigide. Queste canzoni sono sempre cambiate nel tempo».
Il suo pubblico riflette quell’apertura. «Spesso suono per i giovani che vengono a ballare», dice. «Ma anche nei teatri dove frequenta il pubblico più anziano. Alcuni dicono: “Questo ritmo mi ricorda una vecchia canzone”. È bellissimo. Dimostra che risuona attraverso le generazioni». C’è qualcosa di raro in quel ponte intergenerazionale, e il fatto che non sta semplicemente rileggendo canzoni tradizionali, ma ne sta costruendo di nuove dal loro DNA.
La sua musica è stata definita “folktronica, electro-folk”, ma lei preferisce il termine “Tuga Beats”, «da Tuga, che significa portoghese. Quindi forse è un’etichetta più adatta. Ma onestamente, la mia musica è una miscela. È difficile da catalogare». E forse è esattamente qui che sta la sua forza: nel rifiuto di essere etichettata. Ana Lua Caiano non rientra in alcun genere. Viaggia fra passato e presente, intreccia la protesta nella melodia e trova il ritmo nell’imprevedibile. La sua musica non solo attraversa i confini, ma vive negli spazi tra di loro, sempre in movimento, sempre in divenire.
