– Un fine settimana eccezionale al festival di Gibellina con il regista premio Oscar Luca Guadagnino, il grande affabulatore Ascanio Celestini e i “cuntisti” Gaspare Balsamo e Cesare Basile. Questi ultimi presentano in prima nazionale lo spettacolo “Cunto saraceno – Vita miracoli e morte di Gesù Giufà Orlando”
– Il filmaker palermitano si confronta con il testo di Antonio Tarantino “Stabat Mater” con la complicità di Stella Savino, mentre l’attore romano presenta il nuovo spettacolo “Poveri Cristi”, con il quale cerca di trovare le parole per chi non ha lingua per raccontarsi che non sia quella della pietà
Ascoltando il passato e guardando al futuro, il festival delle Orestiadi a Gibellina alza il tiro con tre spettacoli in cartellone di grande prestigio e richiamo che coinvolgono autori, musicisti, attori e registi di spessore internazionale a cominciare dal regista cinematografico palermitano, Luca Guadagnino, per proseguire con il grande affabulatore Ascanio Celestini e uno dei maggiori “cuntisti” siciliani, Gaspare Balsamo, per l’occasione accompagnato dal rocker cuntastorie Cesare Basile. E proprio per presentare in prima nazionale il nuovo spettacolo di Gaspare Balsamo, che ha concluso ieri le prove, questa settimana la programmazione delle Orestiadi, eccezionalmente, inizia giovedì 10 luglio alle ore 21:00, al Baglio di Stefano – Gibellina.
Il “Cunto saraceno” di Balsamo e Basile

Il progetto s’intitola Cunto saraceno – vita miracoli e morte di Gesù Giufà Orlando di e con Gaspare Balsamo, musiche scritte e eseguite dal vivo da Cesare Basile e Giovanni Arena, light designer Alessandro Arena, scene e costumi Gaspare Balsamo. È uno spettacolo teatrale in forma di cunto e musica. Il testo si ispira liberamente ad alcune parti delle Novelle saracene dello scrittore siciliano, più volte candidato al Nobel per la letteratura, Giuseppe Bonaviri. Una ispirazione letteraria e orale in cui confluiscono secoli di storia fatta in Sicilia da greci, arabi, normanni, spagnoli. Una storia insolita attraverso una lingua nativa, materna, vibratile e emotiva, e che riscopre un’area, spesso ignota, della favolistica siciliana su cui autori, scrittori, folkloristi non hanno sempre lavorato.
È ambientato in un Medioevo siciliano al contempo reale e assurdo, dove troviamo i protagonisti Gesù e Giufà, saraceni, morischi e musulmani, che assieme al paladino Orlando vengono perseguitati dal re Federico II e dal Papa santità che rappresentano e sono i simboli e i difensori della cristianità. «È l’epopea di una stramba Trinità formata da Gesù, Giufà e Orlando che in una Sicilia sottratta alla Storia scritta, al tempo e allo spazio, fanno miracoli a caso, scoprono di poter volare con ali di gallina, curare la malaria riflettendo il sole con uno scudo di latta e per questo diventare dei fuorilegge», racconta Cesare Basile. «Picaresca avventura d’amore e guerra cafona, quell’amore e quella guerra cafona che nella sconfitta dicono, e sempre diranno: siamo ancora vivi. Almeno, questa è la versione di Orlando… che sarei io».
Lo scenario narrato, che è quello della cacciata e della persecuzione di un popolo dalla propria terra con la cancellazione della propria matrice culturale, è oggi argomento più che mai attuale e tragico
Gaspare Balsamo
Le parole e i fatti delle Novelle saracene di Bonaviri, che hanno ispirato quelle di Cunto saraceno, sono una chiara dimostrazione della sopravvivenza in Sicilia, per lunghi secoli, della tradizione e cultura islamica profondamente radicata nell’isola. Una sopravvivenza che ci trasmette, testimonia, riflette e restituisce una figura di Gesù sicuramente islamizzata, un Gesù musulmano, un Gesù che parla e dialoga anche all’Islam e che ci permette oggi, in questa particolare prospettiva, di dare anche una risposta alternativa all’appello di Papa Francesco quando chiede agli artisti di consegnarci un nuovo volto di Gesù.
«Lo scenario narrato, che è quello della cacciata e della persecuzione di un popolo dalla propria terra con la cancellazione della propria matrice culturale, è oggi argomento più che mai attuale e tragico», sottolinea Gaspare Balsamo. «Tale dimensione irrompe nel racconto violentemente e drammaticamente come un grido e una bandiera di pace e speranza attraverso un cunto poetico civile e sacro».
Lo “Stabat Mater” di Luca Guadagnino

Venerdì 11 luglio alle 21:00, sempre al Baglio di Stefano sarà la volta del premio Oscar Luca Guadagnino, alla sua prima volta a Gibellina. Il regista cinematografico palermitano si confronta con il testo di Antonio Tarantino Stabat Mater, nell’adattamento in napoletano di Stella Savino e Fabrizia Sacchi, con Stella Favino, Fabrizia Sacchi e Emma Fasano.
È una preghiera di origine medievale che fa riferimento alla permanenza di Maria di Nazareth ai piedi della croce del Cristo, titolo ricorrente in letteratura e in arte, topos metaforico di una condizione di sofferenza estrema che designa il lato profondamente umano dell’episodio evangelico. La Madre che sta ai piedi del figlio morente è parte fondante dell’iconografia e della stessa religione cristiana, ma è anche – in termini laici – simbolo della maternità che vive la innaturale situazione di vedere un figlio morire dinanzi ai propri occhi. Maria Croce è una donna sola, emigrante del sud a Torino, che urla, vomita al mondo, soprattutto all’amore della sua vita, a Giuvà, la sua disperazione, e lo fa con grazia e sarcasmo, nel suo dialetto, in napoletano.
I “Poveri Cristi” di Ascanio Celestini

Questo magnifico trittico si chiude sabato 12 luglio (ore 21.00) con l’atteso ritorno, a Gibellina, di Ascanio Celestini con il suo nuovo spettacolo Poveri Cristi. musica dal vivo di Gianluca Casadei alla fisarmonica.
L’idea di Poveri Cristi è quella di trovare le parole per raccontare i poveri cristi che non hanno una lingua per raccontarsi che non sia quella della pietà. E invece il narratore di questo spettacolo li racconta come santi perché́ ogni giorno fanno il miracolo di restare al mondo. Di essere i migliori del circondario. «Ci sono tanti modi per raccontare questa classe sociale, ma la più̀ rispettosa, per me, è quella che usa le loro parole», spiega Celestini. «Così, in questi ultimi dieci anni, sono andato a intervistare (intervista significa “incrocio di sguardi”) i facchini eritrei che movimentano i pacchi nei magazzini della logistica sulla Tiburtina a Roma, il becchino del cimitero di Lampedusa, la donna che mostra la foto del ragazzo affogato nel naufragio del 3 ottobre 2013, ecc. Poi riascolto tutte queste voci e comincio a raccontarle».
La Storia la scrivono i vincitori. La Storia la scrive chi la sa raccontare. Perciò è compito nostro, di noi scrittori, di noi autori, scrivere la storia di tutti. Soprattutto di quelli che non la sanno scrivere come Sisto che non era poeta, ma era un bravo elettricista. Qui per me c’è la vera contaminazione culturale, quella tra lo scrittore e l’elettricista, tra l’autore e i facchini eritrei, tra il musicista e il becchino del cimitero di Lampedusa
Ascanio celestini
«La Storia la scrivono i vincitori», prosegue l’attore. «La Storia la scrive chi la sa raccontare. Perciò è compito nostro, di noi scrittori, di noi autori, scrivere la storia di tutti. Soprattutto di quelli che non la sanno scrivere come Sisto che non era poeta, ma era un bravo elettricista. Qui per me c’è la vera contaminazione culturale, quella tra lo scrittore e l’elettricista, tra l’autore e i facchini eritrei, tra il musicista e il becchino del cimitero di Lampedusa. Quando penso allo spettacolo non penso al “pubblico”. Il “pubblico” è già una comunità. Io penso allo “spettatore”. Cioè a quello che arriva da solo. Il mio spettatore non è il letterato colto che ha letto la Recherche di Proust e cita Pasolini perché il padre è stato menato nel marzo del ’68. Il mio spettatore si è fatto una doccia veloce e ha parcheggiato in seconda fila per vedere il mio spettacolo in uno spazio raffazzonato in periferia».
E Gibellina, la Sicilia, è la periferia dell’impero.
