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Alla scoperta di “Monsieur Aznavour”

– Arriva nelle sale italiane il biopic sul “petit Charles”, come i detrattori definivano un monumento della canzone francese
– Uno straordinario film d’attori, in cui il protagonista franco-algerino Tahar Rahim si identifica con il suo modello canoro

C’è stato un tempo in cui la canzone popolare europea non aveva paura di guardarsi allo specchio. Charles Aznavour, più di chiunque altro, ha abitato quel riflesso con una sincerità quasi imbarazzante, trasformando l’imperfezione in linguaggio universale. Non era bello secondo i canoni, non era alto, non era giovane quando il successo arrivò davvero. Eppure, proprio per questo, era credibile. Profondamente.

Aznavour non ha mai cantato l’amore come una cartolina. Lo ha raccontato come una stanza in disordine, con i vestiti sul letto e le parole che restano in gola quando sarebbe più facile mentire. Le sue canzoni – La BohèmeHier encoreComme ils disent – non cercano l’applauso immediato: chiedono ascolto. E in cambio offrono qualcosa di raro, quasi fuori mercato oggi: il tempo interiore.

Charles Aznavour, nome d’arte di Shahnourh Varinag Aznavourian, Parigi, 22 maggio 1924 – Mouriès, 1 ottobre 2018

Figlio di emigrati armeni, parigino per destino più che per nascita, Aznavour ha incarnato una Francia che non si sentiva ancora tale, che cercava una voce capace di tenere insieme nostalgia e futuro. Nei suoi versi c’è sempre un uomo che guarda indietro, ma non per rimpiangere: per misurare la distanza tra ciò che si è stati e ciò che si è diventati. Una distanza che fa male, sì, ma che definisce.

La sua forza non stava nell’estensione vocale – spesso aspra, quasi incrinata – bensì nell’intenzione. Ogni parola era scelta come se fosse un gesto definitivo. Non c’era retorica, semmai una forma di pudore ostinato. Aznavour cantava l’omosessualità quando era ancora un rischio, la vecchiaia quando era un tabù, il fallimento quando l’industria chiedeva solo sogni lucidi e vincenti. In questo senso, è stato un cronista dell’animo umano prima ancora che un chansonnier.

Ha attraversato il Novecento senza farsi schiacciare dal secolo, adattandosi senza mai snaturarsi. Ha cantato in più lingue, recitato al cinema, rappresentato la Francia nel mondo con una discrezione che oggi appare quasi rivoluzionaria. Non ha mai alzato la voce per farsi notare: ha abbassato il tono per farsi ascoltare.

Nel centenario della sua nascita è uscito Monsieur Aznavour, biopic diretto da Mehdi Idir e Grand Corps Malade che ripercorre la costruzione di un monumento. Arriva giovedì 18 dicembre nelle sale italiane con un anno di ritardo, è una occasione imperdibile per conoscere un percorso artistico ed esistenziale che merita ammirazione e rispetto perché disseminato di mille difficoltà, che non gli impedirono di realizzare i suoi sogni più folli, nonostante l’accanimento feroce dei suoi detrattori, che fin dall’inizio della sua carriera non hanno mai smesso di mettere in croce «le petit Charles», questo figlio di profughi basso e brutto, senza grazia, con la voce nasale, velata e come arrugginita.

Ogni capitolo prende il nome da una canzone: quasi a dimostrare quanto la vita dell’artista (le sue lotte, i suoi amori, i suoi incontri) abbia nutrito il suo lavoro: da Les deux guitares, scritta per ricordare la sua infanzia, a La Bohème, un brano degli anni ’60 che parla invece della sua giovinezza, e così via. Ma il successo straordinario del film è dovuto soprattutto all’imponente lavoro di identificazione fisica dell’attore franco-algerino Tahar Rahim con il suo modello canoro. Una scelta apparentemente inopportuna, visto che l’interprete del Profeta di Audiard somiglia poco e niente ad Aznavour. Invece guardando il film il risultato man mano viene fuori ed è impressionante. Rahim rende la messa in scena del suo personaggio non solo credibile, ma sempre più realistica attraverso i suoi gesti, gli sguardi, le intonazioni, fino a essere perfettamente Aznavour anche quando canta. È lui, infatti, a interpretare tutte le canzoni del film, tranne alcuni passaggi su note talmente acute da rendere il suo timbro troppo diverso da quello del cantante armeno. Come è noto, il “botto” nella carriera del nostro chansonnier avviene quando, per uscire dal tunnel dell’anonimato decide di “ridimensionare” il suo imponente naso.

Un biopic un po’ saggio e a volte accademico nella sua struttura narrativa, pur restando un grande film di attori. Una messa in scena che si muove tra il classico e la nouvelle vague, anche se a volte rischia movimenti di macchina ambiziosi di grande effetto. Riascoltare Aznavour oggi significa fare un esercizio controcorrente. Significa accettare che la vita non si risolve in un ritornello, che l’amore non salva sempre, che il tempo passa davvero. Ma anche che, finché qualcuno è disposto a raccontarlo con onestà, tutto questo può diventare canto. E il canto, a sua volta, memoria condivisa.

Aznavour non è stato soltanto un grande artista. È stato una lezione di misura, di coraggio sommesso, di umanità senza trucco. Una voce che non chiedeva di essere amata, ma compresa. Ed è forse per questo che continua a restare.

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