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Addio Toni Carbone, mago dei suoni

«Oggi si può dire ufficialmente che i Denovo non ci sono più», piange l’ex manager Francesco Fracassi alla notizia della morte del bassista. «Lui, fuori dal palco, era il mediatore, l’equilibratore, sul palco teneva il timone, mantenendo la barra a dritta». Una vita nella musica come produttore e scopritore di talenti. Ha lavorato con tutti i musicisti siciliani, grandi e piccoli. Il ricordo degli ex compagni. Mario Venuti: «Siamo cresciuti nello stesso complesso di palazzine di Viale Marco Polo a Catania e poi lo portai con me nelle file dei Denovo». Luca Madonia: «È come perdere uno di famiglia. Se ne va una parte della Catania anni Ottanta»

Venuti dalle Madonie a cercar Carbone. Il titolo dell’album dei Denovo pubblicato nel 1989 non era semplicemente un gioco di parole. Era anche una metafora della band catanese. Toni Carbone era il combustibile dei Denovo, l’elemento che manteneva la barra a dritta e faceva muovere la band. E, come dice Francesco Fracassi, che è stato il quinto Denovo, «soltanto oggi che non c’è più Toni si può dire che la band si è sciolta». E con il bassista dei Fab Four etnei se ne è andato anche un pezzo importante della Catania anni Ottanta.

Toni Carbone non c’è più. È avvenuto tutto all’improvviso. Si è accasciato d’un tratto sul palco al termine di un concerto tenuto sere fa al Cortile Platamone. La corsa in ospedale. La diagnosi: aneurisma. Subito si è capito la gravità del caso. L’operazione. Il coma farmacologico. Le preghiere dei parenti e degli amici. Vane. Si è spento a 62 anni. 

Avevo incontrato Toni in aprile al Teatro Sangiorgi di Catania. Come al solito, si nascondeva dietro al bancone della regia, a gestire i suoni di microfoni e strumenti. Come era sua abitudine, il “mago dei suoni” si era mobilitato per sostenere una iniziativa, “Libero palco”, nata per valorizzare nuovi talenti musicali. Perché l’impegno di Toni Carbone, dopo l’avventura con i Denovo, è stato quello di mettere la sua esperienza al servizio degli altri. Non c’è un musicista catanese, grande o piccolo che sia, che non abbia lavorato con lui, che non abbia ricevuto un consiglio da lui. E così quella sera al Teatro Sangiorgi. 

Toni Carbone, bassista, compositore, produttore e “mago del suono”

Era uscito un po’ ammaccato da un incidente con un camion, nel quale aveva rischiato di perdere un occhio. Era però, come sempre, contento, felice di quella nuova iniziativa e pronto a intraprenderne altre. 

Toni Carbone lo potevi vedere suonare rock’n’roll con Francois e le Coccinelle e poi dietro al bancone regia del tour di Carmen Consoli o Alex Britti. Nello studio di Franco Battiato e poi sul palco di un pub. Sempre con il sorriso sul volto. Aveva un suo studio di registrazione, sempre in funzione. Con Nica Midulla Le Pira, la “mamma rock” di Francesco Virlinzi, aveva raccolto il testimone dell’anima della Cyclope per far rinascere i mitici studi Whitebird. 

Ma il suo fiore all’occhiello, quello del quale parlava solo ai suoi amici più stretti, era il disco I Am The Door, intestato a Bookshop & Gallery. Un progetto folle, portato avanti insieme ad alcuni musicisti palermitani, con il quale Toni voleva rendere omaggio ai suoi miti musicali: «I Beatles, prima di tutti. E poi i Pink Floyd, Frank Zappa, i Radiohead, Beck, la psichedelica». Un disco registrato per esclusivo divertimento, un piccolo gioiello musicale che ebbe la “benedizione” di Rick Rubin, sbalordito dal suono di quei musicisti siciliani: Toni Carbone, Roberto Terranova e Roberto Giammanco.

«Per me è come perdere un fratello», piange Francesco Fracassi, manager dei Denovo. «Ripensando a tutto il tempo passato insieme, prevalgono le qualità umane, talmente importanti da far passare in secondo piano il fatto che era un grande musicista, un talento unico come bassista. Era dolce, generoso, semplice, pulito, un “non personaggio”, una grande persona. Ci eravamo visti qui a Mestre non molto tempo fa: faceva il fonico nel tour di Alex Britti e mi ha telefonato per fare quattro chiacchiere. Era una persona incredibile».

Se Luca Madonia e Mario Venuti erano i Lennon/McCartney dei Denovo, il ruolo di Toni Carbone era quello del mediatore. «Proprio perché il più tranquillo faceva da pacificatore fra spinte e controspinte. Perché gli altri tre non erano facili da gestire», ricorda Fracassi. «Lui, forse perché era il più anziano dei tre (il terzo è Gabriele Madonia, nda), era il più saggio. Fuori dal palco aveva il ruolo di equilibratore, sopra il palco teneva il timone, mantenendo la barra a dritta e tenendo insieme tutti senza mai darsi arie da primadonna».

Da sinistra: Mario Venuti, Toni Carbone, Gabriele e Luca Madonia, ovvero i Denovo agli inizi negli anni Ottanta

La stessa commozione la ritroviamo nel messaggio che Mario Venuti ha affidato ai social: «Siamo costernati. Siamo cresciuti nello stesso complesso di palazzine di Viale Marco Polo a Catania e poi lo portai con me nelle file dei Denovo con cui debuttammo al Festival Rock di Bologna nel 1982. Il resto è storia. Addio, amico leale. La tua bontà d’animo lascia una scia di dolore e di affetto smisurata».

«Se ne è andata via una parte di noi», aggiunge un ancora incredulo Luca Madonia. «Speravamo tutti che Toni si riprendesse… Invece… È un vuoto incolmabile: è come perdere uno di famiglia. Se ne va una parte della Catania anni Ottanta».

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