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Addio SLY DUNBAR, il ritmo del reggae

– Il batterista giamaicano aveva 73 anni. Ha portato il reggae fuori dal suo Paese, adattandolo a tutti i generi. Ha lavorato con Bob Dylan, Mick Jagger, Grace Jones, ma anche con Francesco De Gregori e Jovanotti
– La musica di Kingston, senza di lui, sarebbe stata più prevedibile. Più lineare. Forse più rassicurante. Con Sly diventa instabile, futuribile, aperto. Diventa un linguaggio che può dialogare con il mondo senza perdere accento

Si scrive Sly Dunbar, ma si pronuncia come un’unità di misura. Non del tempo: del “modo” in cui il tempo può essere piegato senza spezzarsi. Sly Dumbar, morto ieri a 73 anni, non era semplicemente un batterista. È stato un architetto invisibile, uno che ha insegnato al ritmo a non stare mai fermo nello stesso punto, pur sembrando immobile. In duo con il bassista Robbie Shakespeare (scomparso nel 2021) ha rivoluzionato il suono della musica giamaicana lavorando con Jimmy Cliff e Peter Tosh.

C’è una fotografia mentale che torna sempre quando si parla di lui: Sly seduto dietro la batteria, apparentemente rilassato, quasi distratto. Nessun gesto teatrale, nessuna esibizione muscolare. Eppure, quello che accadeva lì sotto era una rivoluzione silenziosa. Il colpo non cadeva dove te lo aspettavi. O meglio: cadeva esattamente lì, ma con una frazione di secondo di ambiguità che cambiava tutto. È il reggae, certo. Ma è anche funk, dub, rock, elettronica prima dell’elettronica.

Sly Dunbar nasce a Kingston nel 1952, ma la sua vera nascita musicale avviene quando capisce che la batteria, nel reggae, non deve guidare: deve “contraddire”. Insieme a Robbie Shakespeare – basso profondo, elastico, fraterno – forma una delle coppie più decisive della musica del Novecento. Sly & Robbie non sono una sezione ritmica: sono un sistema nervoso centrale. Hanno suonato con tutti, hanno cambiato il suono di tutto, spesso senza prendersi il disturbo di spiegarlo.

Ascoltare Sly significa imparare che la potenza non è volume. È controllo. È sottrazione. È la capacità di far sembrare inevitabile una scelta che, in realtà, è completamente arbitraria. Un rullante secco, un hi-hat che si apre appena, una cassa che entra in ritardo come se stesse riflettendo. Quel ritardo è il suo marchio. Non swing, non shuffle: intelligenza ritmica.

Con Black Uhuru, con Peter Tosh, con Grace Jones in Nightclubbing, con Mick Jagger in She’s The Boss, con Bob Dylan in Infidels, con Herbie Hancock, ma anche con Francesco De Gregori per Scacchi e tarocchi nel 1985 e Jovanotti per Safari nel 2008: Sly non si adatta, traduce. Porta il reggae fuori dalla Giamaica senza folklorizzarlo, senza renderlo cartolina. Lo rende universale proprio perché resta strano. Perché non cerca mai di piacere. Cerca di funzionare.

C’era qualcosa di profondamente moderno in questo atteggiamento. Sly Dunbar era un batterista che pensava come un produttore e suonava come un montatore cinematografico. Taglia, incolla, lascia spazio. Aveva capito che il silenzio è parte del groove, forse la parte più importante. E quando negli anni Ottanta introduce drum machine e soluzioni digitali, non lo fa per moda, ma per coerenza: anche le macchine, se guidate bene, possono respirare.

Il reggae, senza Sly, sarebbe stato più prevedibile. Più lineare. Forse più rassicurante. Con Sly diventa instabile, futuribile, aperto. Diventa un linguaggio che può dialogare con il mondo senza perdere accento.

Riascoltandolo, si capisce una cosa semplice e difficile insieme: Sly Dunbar non ha mai suonato “bene”. Ha sempre suonato “giusto”. E il giusto, nella musica come nella vita, è quasi sempre una questione di tempo. Di quando arrivare. E di quando, con estrema eleganza, arrivare un attimo dopo.

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