– Il cantautore ligure, con papà catanese di Mascali, aveva 75 anni e da dieci combatteva contro un tumore. “Signora mia”, “Il giardino proibito,” “Gli occhi di tua madre” fra i suoi successi più popolari. È stato l’anima della nazionale cantanti
Sandro Giacobbe, cantautore e autore di indimenticabili successi, è morto oggi all’età 75 anni nella sua casa di Cogorno (Genova) per le complicazioni di un tumore che lo affliggeva da dieci anni. È stato autore di Signora mia, brano utilizzato come colonna sonora del film Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (1974) di Lina Wertmüller, con Mariangela Melato e Giancarlo Giannini, e Gli occhi di tua madre, che gli permise di arrivare terzo al Festival di Sanremo nel 1976. E tra le sue canzoni più note, storie semplici e toccanti, ci sono anche Sarà la nostalgia, Il giardino proibito e Portami a ballare. È stato un volto popolare grazie anche alla Nazionale cantanti della quale fu tra i primi membri, come difensore poi come allenatore.

Giacobbe arrivò negli anni Settanta con un bagaglio fatto di melodia e racconto, due elementi centrali nella tradizione italiana, ma li usa con una delicatezza che lo distingue. Il giardino proibito, Signora mia, Gli occhi di tua madre: brani che non hanno mai avuto bisogno di fronzoli per funzionare, perché bastavano la voce calda e un’essenzialità quasi disarmante a reggere tutto.
Nato a Genova il 14 dicembre 1949, in una famiglia operaia, da padre siciliano di Mascali, in provincia di Catania, e madre lucana di Genzano di Lucania, in provincia di Potenza, Sandro Giacobbe a 16 anni, trascurando gli studi di ragioneria, formò con alcuni amici un gruppo musicale, Giacobbe & le Allucinazioni esibendosi nei locali della Liguria. Messo sotto contratto dalla Dischi Ricordi, esordì nel 1971 con la canzone Per tre minuti e poi..., seguita l’anno successivo da Scusa se ti amo. Passato alla Cbs, venne valorizzato come autore, pubblicando alcune sue canzoni cantate da altri artisti, tra cui L’amore è una gran cosa, interpretata da Johnny Dorelli e scelta come sigla della trasmissione radiofonica Gran Varietà.

La sua scrittura, spesso considerata semplice, è in realtà diretta nel senso più nobile del termine. È il tipo di semplicità che nasce dal lavoro, dalla ricerca dell’immagine giusta, del dettaglio che diventa universale. È una scrittura che non pretende di stupire, ma che trova sempre il modo di arrivare, come una lettera lasciata sul tavolo della cucina: intima, personale, inevitabile.
Con il tempo, mentre la musica italiana cambiava pelle più volte, Giacobbe ha mantenuto il suo passo. Ha continuato a cantare l’amore, le fragilità, le piccole epiche quotidiane. E proprio questa coerenza lo ha trasformato in una presenza familiare, una di quelle che non fanno rumore ma che ritrovi e riconosci sempre.
Sandro Giacobbe non è mai stato un rivoluzionario, ma è stato un compagno di viaggio. E nel lungo percorso della musica italiana, questo vale quanto e forse più di qualsiasi rivoluzione.
