– Il cantante americano aveva 86 anni. È stato uno di quei ragazzi che hanno trasformato l’America del dopoguerra in un jukebox sentimentale con brani come “Oh! Carol”, “Calendar Girl”, “Breaking Up Is Hard to Do”
Quando si spegne una voce come quella di Neil Sedaka, non è soltanto un artista che se ne va: è un frammento di Novecento che abbassa il volume. Sedaka apparteneva a quella generazione di artigiani del pop che non si limitavano a interpretare una canzone, ma la costruivano con la pazienza di un orafo e l’istinto di un adolescente innamorato. Era il tempo in cui il rock and roll stava ancora imparando a stare in piedi, e lui, pianista di formazione classica, ci infilava dentro melodie che sembravano nate a Broadway.
Nato a Brooklyn nel 1939, figlio di immigrati, Sedaka è stato uno di quei ragazzi che hanno trasformato l’America del dopoguerra in un jukebox sentimentale. Oh! Carol, Calendar Girl, Breaking Up Is Hard to Do: titoli che oggi suonano come cartoline da un’epoca più ingenua, e forse proprio per questo più feroce nel difendere i propri sogni. Dietro quelle melodie c’era un mestiere solidissimo, affinato nella fucina del Brill Building, dove la canzone era un laboratorio collettivo e l’ispirazione passava di stanza in stanza.

Sedaka scriveva con la leggerezza di chi conosce la grammatica della musica e la piega al proprio cuore. Le sue armonie erano precise, quasi matematiche, ma non fredde: c’era sempre un sorriso, una piega malinconica, una piccola incrinatura che rendeva tutto umano. In un’epoca in cui il rock stava per farsi rivoluzione con i Beatles e con l’irruzione della controcultura, lui rimaneva fedele a un’idea di canzone come racconto intimo, confessione sussurrata.
Eppure non fu un sopravvissuto per caso. Quando l’ondata britannica sembrò spazzare via la sua generazione, Sedaka seppe reinventarsi. Negli anni Settanta tornò con Laughter in the Rain, dimostrando che la buona scrittura non conosce mode, ma solo stagioni. Fu un ritorno elegante, senza nostalgia, quasi a dire che il pop, se è fatto bene, non invecchia: si deposita nella memoria collettiva e aspetta il momento giusto per riemergere.
La sua scomparsa lascia un silenzio discreto, come la fine di una festa in cui le luci si abbassano piano. Non era un rivoluzionario, Neil Sedaka, ma un costruttore di emozioni. In un tempo in cui la canzone rischia di diventare algoritmo, ricordare il suo lavoro significa ricordare che il pop è, prima di tutto, un gesto artigianale: mani sulla tastiera, un ritornello che ti prende per mano, e quella sensazione irripetibile che qualcuno, dall’altra parte del giradischi, stia cantando proprio per te.
Se ne va un signore del pop, e con lui un’idea di leggerezza che non era superficialità, ma grazia. E forse oggi, riascoltando una sua melodia, capiremo che certe canzoni non appartengono al passato: sono il nostro modo più semplice e più vero di restare giovani.
