– All’età di 65 anni è scomparso lo scultore che ha realizzato il Teatro Andromeda sui Monti Sicani. Il percorso artistico per sfuggire al destino che lo voleva ad accudire le greggi
– Il teatro a forma di ovile costruito pietra su pietra e in continua evoluzione. «Io lo vedo come una astronave che viaggia verso la costellazione di Andromeda», mi raccontava
Lorenzo Reina, il pastore visionario che ha realizzato il Teatro Andromeda sui Monti Sicani, è morto. Aveva 65 anni. È stato trovato morto alle 7 della mattina del 27 dicembre dagli operai che hanno subito avvertito il figlio Libero nella casa di campagna vicina al suo teatro, a Santo Stefano di Quisquina in provincia di Agrigento. Vani i soccorsi, Lorenzo Reina era stato stroncato da un infarto davanti all’opera alla quale ha dedicato tutta la sua vita: il teatro Andromeda. Una scomparsa improvvisa, senza alcun segnale di preavviso: «Fino al giorno prima aveva percorso i suoi soliti 12mila passi», dice Ezio Noto, amico dello scultore.
Il mio primo incontro con Lorenzo avvenne nel 2019 in occasione del concerto di Marco Mengoni che aveva scelto il Teatro Andromeda come scenario per un concerto intimo in Sicilia. Mi aprì un mondo incantato, fra esoterismo, antiche credenze, spiritualità, poesia e astrologia. Mi ricordò Brian Sweeney Fitzgerald, detto Fitzcarraldo, il visionario che, agli inizi del Novecento, inseguì il sogno picaresco di costruire un teatro d’opera nella giungla amazzonica, per far conoscere Wagner, Caruso e Verdi agli indigeni. Per realizzarlo trascinò una nave a vapore da 320 tonnellate su per una montagna per superare un tratto non navigabile del fiume e riportarla nuovamente in acqua.

Lorenzo Reina il suo sogno l’ha coronato senza andare troppo lontano. Nel terreno di famiglia, in contrada Rocca, nel territorio di Santo Stefano Quisquina, piccolo borgo d’origine medievale in provincia di Agrigento. Pietra su pietra Lorenzo ha eretto un teatro. Nascosto a mille metri d’altezza sui Monti Sicani, tra prati e boschi che fanno pensare più alla Svizzera che alla Sicilia, è il più alto d’Europa. Una vista che dà le vertigini: all’orizzonte il mare del Canale di Sicilia e, al centro, l’isola di Pantelleria. Lorenzo il suo “estremo confine” è riuscito a superarlo più semplicemente rispetto a Fitzcarraldo: ha trasformato il limite del suo mondo pastorale in un varco verso l’arte, un’arte che dialoga con la natura, il cielo, il sole e le stelle.
Teatro Andromeda è il nome della visionaria creazione del pastore-scultore siciliano. Proiezione terrestre dell’omonima costellazione. All’inizio, al posto delle stelle, l’arcaica cornice ovale conteneva pecore. Un ovile-teatro, perché il destino di Lorenzo era quello di fare il pastore, sebbene sin dall’età di 7 anni nutrisse la passione per la poesia e l’arte. Unico figlio maschio, smessi gli studi in terza media per aiutare nei campi il padre infortunato, si è abbeverato da autodidatta, leggendo al pascolo il libro «La Tavola Rotonda, un’antologia di letteratura italiana e straniera, rubata a mia sorella», raccontava mentre accoglieva i visitatori offrendo formaggio e Sangiovese di sua produzione. A 22 anni rompe col padre, dedicandosi alla scultura. «Poi, nel 1998, mio padre si ammalò e sul letto di morte accolsi il suo ultimo desiderio». Lorenzo mantiene la promessa, blocca la costruzione del suo teatro – iniziata nel 1986 tra le ire del genitore – e ritorna tra le pecore. Finché, grazie ai Patti Territoriali, riesce a combinare l’antico mondo rurale del genitore con una moderna imprenditoria. Riprende il suo sogno fino a portarlo a compimento, o quasi. Un’opera che non ha mai smesso di ritoccare e di ridefinire, anno dopo anno. Un luogo dello spirito. Uno dei teatri più belli del mondo, meta di tanti visitatori in cerca di ispirazione, di pace, di senso.

«Il teatro non è finito, è un teatro organico vivente, in continua evoluzione», sottolineava l’ex pastore agrigentino, che continuava a vivere tra pecore, cavalli e muli, circondato da ciliegi, peri e meli. «Io lo vedo come una astronave che viaggia verso la costellazione di Andromeda». Un teatro sospeso, dalla struttura arcaica, con un cuore moderno, che guarda al futuro. Il volto di un dio sumero, presunto alieno sceso sulla terra 435mila anni fa, simbolo della parola che diventa pietra, seguito da una maschera pirandelliana, la cui pietra trasmuta in luce quando è attraversata dai raggi del sole, annunciano il teatro in uno scenario tra il metafisico e il mitico. Per alcuni miceneo, per altri inca.
Soltanto 108 i posti a sedere, sparsi davanti al proscenio e segnati da doppi cubi di pietra che visti dall’alto hanno forma di stelle a otto punte, replicando sul piano la costellazione di Andromeda. Perché Lorenzo Reina intendeva proteggere il flusso di energia vitale e la magia del luogo, la dimensione intima, spirituale, del suo teatro, rappresentata nella porta d’ingresso, sormontata dal calice del Santo Graal disegnato dal cielo. Una feritoia stretta e bassa, da costringere il visitatore a inchinarsi. «È la porta della rinascita» spiegava l’artista agrigentino. L’apertura verso l’infinito leopardiano.
