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Addio DAVID RIONDINO, l’ultimo giullare

– Il cantautore, attore, regista, intellettuale aveva 73 anni e da qualche anno lottava contro una grave malattia
– Dalle canzoni di Victor Jara a “Maracaibo”. Le collaborazioni con Paolo Rossi, Dario Vergassola, Sabina Guzzanti
– I lavori per il cinema. In Sicilia realizzò il documentario “Il trombettiere di Calatafimi”. L’ultimo sogno lasciato a metà

David Riondino è morto questa mattina, domenica 29 marzo, nella sua casa romana. Aveva 73 anni. Da qualche anno lottava contro una grave malattia. A dare l’annuncio è stata l’amica, illustratrice e designer Chiara Rapaccini. E già in questa sobrietà c’è qualcosa che gli somiglia: niente clamore, niente scena madre, solo una voce che lo dice.

Nato a Firenze il 10 giugno del 1952, David Riondino era una di quelle figure che non occupavano il centro con arroganza, ma lo abitavano di sbieco, con una leggerezza che oggi sembra quasi sospetta. Cantautore, attore, intellettuale disordinato (nel senso migliore), aveva quell’aria di chi non ti sta spiegando niente e invece, piano piano, ti porta altrove. Senza farti pagare il biglietto.

Negli anni Settanta, poco più che ventenne, a Firenze fonda il Collettivo Victor Jara — intitolato al cantautore cileno Víctor Jara, assassinato dopo aver sostenuto il presidente Salvador Allende nei giorni del golpe di Augusto Pinochet. Era un gruppo eclettico, teatro, musica, animazione: già lì dentro c’era tutto, la mescolanza, la curiosità, l’impossibilità di stare in una casella sola. Incide due dischi per i circoli Ottobre — Collettivo Victor Jara Non vi mettete a spingere — che oggi sembrano arrivare da un’altra epoca, ma anche da un’altra idea di impegno, meno gridata, più attraversata.

Non è mai stato davvero “di moda”, e proprio per questo non è mai passato di moda. In un’Italia che ha sempre bisogno di etichette — comico, serio, impegnato, popolare — lui sfuggiva. Faceva ridere senza essere un comico, faceva pensare senza essere pedante, cantava senza inseguire il ritornello che ti resta incollato per forza. Era, più semplicemente e più raramente, intelligente.

Ha firmato brani diventati quasi inconsapevolmente patrimonio comune, come Maracaibo, portata al successo da Lu Colombo nel 1981. Ma anche qui: invece di restare prigioniero di un successo, ha fatto altro. Album, spettacoli che intrecciavano poesia, satira, tradizione popolare. Radio, televisione, cinema. 

Dagli anni ’80 Riondino ha pubblicato le sue canzoni nei dischi BoulevardTango dei Miracoli, con illustrazioni di Milo Manara. E ancora Racconti PicareschiTemporaleQuando vengono le ballerine. Sua è anche la sigla della sitcom ZanzibarAfrica. Nel 1987, con Paolo Rossi, mette in scena Chiamatemi Kowalski e poi La commedia da due lire. Riondino collabora negli anni successivi, in cinema e teatro, con Sabina Guzzanti. Nel 1997 inizia anche un lungo e proficuo sodalizio con Dario Vergassola, portando a teatro vari lavori, tra cui I Cavalieri del Tornio, un recital per due chitarre, Todos CaballerosRiondino accompagna Vergassola ad incontrare Flaubert, variazioni su Don Chisciotte e Madame Bovary. Con Vergassola è un supporto musicale di strumentisti e soprano, avremoLa traviata delle Camelie, variazioni su Verdi e Dumas. È sempre con Vergassola, su idea di Sergio Maifredi, commentando l’ultimo canto dell’Odissea in una fortunata serie di Maifredi sull’epica. Ancora con Vergassola commenteranno in scena il Morgante del Pulci: ma molte sono negli anni le sue incursioni nel campo della lettura scenica di poesie, genere che negli anni 90 si è progressivamente affermato.

La sua ironia non era un’arma contundente. Non serviva a demolire, ma a scrostare. Togliere polvere dalle parole, dalle pose. In tempi in cui l’umorismo è spesso diventato aggressione o rifugio cinico, lui praticava una distanza gentile. Come se dicesse: guardate che possiamo anche non prenderci così sul serio.

Riondino è stato attivo anche in campo cinematografico, recitando nei film Maledetti vi amerò di Marco Tullio Giordana, La notte di San Lorenzo dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani (è lui che appare nell’iconica immagine del manifesto, quella del fascista Giglioli trafitto dalle lance), Kamikazen di Gabriele Salvatores, Ilona viene con la pioggia di Sergio Cabrera, Cavalli si nasce di Sergio Staino. È stato la voce narrante di Amici miei – Come tutto ebbe inizio (2011) di Neri Parenti. Ha realizzato come regista il film Cuba Libre, velocipedi ai Tropici nel 1997, e diversi documentari sugli improvvisatori in versi della isola di Cuba, reperibili in web. Uno di questi documentari, Il Papa in versi, ha vinto nel 2016 il premio del festival Cinema e Spiritualità di Terni.

David Riondino nell’iconica immagine del fascista Giglioli trafitto dalle lance sul manifesto del film “La notte di San Lorenzo” dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani 

Per la Regione Sicilia, nel 2005, realizza il documentario Il trombettiere di Calatafimi, una indagine sulle musiche incontrate in Sicilia dal trombettiere di Garibaldi Tironi, durante la famosa spedizione. L’attività di regista e organizzatore di laboratori legati all’audiovisivo lo porterà nel 1999 a realizzare, nel Festival dell’Unità Nazionale di Modena, un film girato da allievi intitolato L’Ultimo Festival.

La sua ultima iniziativa — rimasta incompiuta, e già questo fa male — è la Scuola dei Giullari: un centro di formazione diffuso dedicato alla composizione di canzoni, tra tradizione della poesia orale ed eccellenze contemporanee. Anche qui, nessuna nostalgia sterile, ma un tentativo di tenere insieme passato e presente, come se fossero ancora disposti a parlarsi.

Chi lo ha ascoltato, magari distrattamente, conserva più una sensazione che un ricordo preciso. Non la battuta che fa scoppiare a ridere, ma quel mezzo sorriso che arriva dopo. Una malinconia leggera, mai esibita, che forse era il vero motore di tutto.

E allora oggi, mentre mettiamo un punto dove non volevamo, viene da chiedersi che cosa resta. Restano le canzoni, certo. Gli spettacoli, i libri, le voci sparse nelle registrazioni. Ma soprattutto resta un modo: stare al mondo senza urlare, senza esagerare, senza vendersi troppo bene. La sua era una forma di discrezione artistica che oggi sembra quasi impronunciabile. 

IL CLUB TENCO RICORDA DAVID RIONDINO 



Ci ha lasciato anche David Riondino. 

Tenchiano fin dalla prima ora, Amilcare Rambaldi lo aveva chiamato in Rassegna nel 1979 e da lì – anno sì anno no – non se ne è più andato fino alla Rassegna dell’anno scorso.

Si era assunto, per sé, il ruolo di giullare, un giullare con una sottile vena di tristezza nel sorriso.

In realtà era un intellettuale e un artista raffinato, ironico e profondamente libero, che ha attraversato con intelligenza e sensibilità il mondo della canzone d’autore, del teatro, del cinema, della televisione. Insomma, della cultura italiana. Spesso con uno sguardo critico mimetizzato nell’ironia che si faceva poiesis.

Per noi del Tenco la sua è stata una presenza preziosa e familiare che ha diffuso la sua pungente leggerezza in tutte le iniziative e manifestazioni.

Indimenticabili restano non solo le sue partecipazioni ufficiali, ma anche la sua generosa disponibilità nei momenti più informali: capace di salire sul palco con naturalezza anche durante i cambi scena, accompagnando il pubblico con racconti, improvvisazioni e riflessioni. Di straordinaria abilità i suoi interventi nelle ardue sfide in ottava rima toscana con Benigni e Guccini.

Il suo percorso si è intrecciato più volte con quello del nostro presidente, Sergio Staino, e del nostro direttore artistico Sergio Sacchi, con i quali ha condiviso mille avventure intellettuali, dalla nascita del periodico satirico “Tango” alla collaborazione con la filiale catalana del Tenco “Cose di Amilcare”, al festival della canzone satirica “Dallo Shamano allo Showman” in val Camonica.

Là dove è andato ora si troverà in buona compagnia. E forse arriveranno anche le ballerine.

Ma a noi mancherà, tanto.

Sit illi terra levis.

Il Club Tenco

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