– Dopo le tendenze Brat e Demure che hanno regnato sui social network nel 2024, l’anno che sta per chiudersi è stato pieno di parole diventate espressioni feticcio della Generazione Z. Da Performativa male a Baddie passando per Tradwife, fino a “cunti cunta” che sembra provenire dal siciliano “comu veni si cunta”
Se c’è un modo rapido per capire lo spirito di un’epoca, è ascoltare le parole che ripete. Il 2025 non fa eccezione: dopo le tendenze Brat e Demure che hanno regnato sui social network nel 2024, anche nell’anno che sta per chiudersi la cultura pop ha continuato a muoversi tra tecnologia pervasiva, nuove sensibilità sociali e un bisogno crescente di autenticità. Il risultato è un vocabolario ibrido, pieno di parole diventate espressioni feticcio della Generazione Z, nato online ma ormai stabilmente entrato nella vita quotidiana.
Performative male
Apparsa nel 2025 sui social network, TikTok in testa, e trasmessa da diversi media (The Guardian, The New York Times), l’espressione “performative male” (“uomo performativo”) serve a qualificare un uomo apparentemente decostruito, ma che, in realtà, simulerebbe questa decostruzione senza necessariamente avere reali valori progressisti o femministi. Come un attore che interpreterebbe un ruolo…
Al contrario di una virilità cliché, quest’uomo porta borse in mano o a spalla, va in giro con le cuffie con filo (con i successi di Lana Del Rey e Clairo nelle orecchie), beve matcha latte, appende un Labubu alla sua borsa e legge un’opera di Mona Chollet o di Sally Rooney oppure di Virginie Despentes. Lo riconosciamo anche dalle sue unghie smaltate e dalle sue tote bag (in particolare indossate da Harry Styles). Celebrità come Pedro Pascal, Timothée Chalamet e Paul Mescal sono state affiliate al movimento per il loro aspetto lontano da una mascolinità tossica, assumendo una parte di femminilità. Questo aspetto alla moda e dolce sarebbe in realtà destinato a sedurre il genere femminile. Questi uomini sono sospettati di curare il loro aspetto in modo da renderli più attraenti agli occhi degli altri.
Tradwife
Il movimento “tradwife” (abbreviazione di “traditional wife”), che celebra il ritorno della figura della casalinga interamente dedicata al marito e ai figli, purtroppo non risale a ieri. Il ruolo di moglie tradizionale è rivendicato dagli anni 2010 nei Paesi anglosassoni come un ritorno a valori perduti e antifemministi. Ma nel 2025, la parola era ovunque nella cultura pop. Infatti, si è appreso che Anne Hathaway avrebbe interpretato un’influencer Tradwife americana spinta nel 1805 nel film Yesteryear (previsto per il 2026). Avrà quindi lo stile di vita rustico che promuoveva sui social network.
Nel frattempo, Nara Smith, una modella e influencer tedesca di origine sudafricana, stabilita negli Stati Uniti, continua a postare sui suoi social network brevi video di ricette di cucina parlando con voce dolce e indossando abiti firmati dall’aria retrò. Tante immagini che fanno l’apologia della casalinga perfetta. E la sua nicchia funziona poiché è una delle ultime muse dell’etichetta alla moda Reformation.
Più inquietante, la cantante Jessie Murph ha suscitato polemiche con la sua canzone 1965 condivisa nel luglio 2025 con lei che declama: «Voglio che tu mi ami come se fossimo nel 1965, penso che rinuncerei a qualche diritto se tu mi amassi come se fossimo nel 1965». La giovane artista non esita a glorificare una visione retrograda della donna con un grande rinforzo di abiti da pin-up vintage e propositi problematici (“La sigaretta è raccomandata e il posto della donna è in cucina”).
Industry plant
L’espressione “Industry plant” è diventata popolare negli anni 2010 nell’ambiente hip-hop. Poi è stata usata per criticare artisti come Clairo o Billie Eilish. Queste due parole designano cantanti “spinti dal marketing”, la cui popolarità sarebbe dovuta ad altri motivi oltre al loro talento. Sarebbero quindi lì grazie al nepotismo o alla loro rete di follower, e la loro progressione non avrebbe nulla di organico. Questi “semi cattivi” si presenterebbero come indipendenti e autodidatti. Ma soprattutto sarebbero germogliate nella mente delle major.
Tra gli artisti che sono stati qualificati in questo modo, troviamo spesso donne, da Lana Del Rey a Olivia Rodrigo passando per Gayle e il gruppo The Last Dinner Party. Abbastanza da far pensare che sia spesso venata di misoginia. È tanto più inappropriata quando affronta artisti come Chappell Roan, che sono in realtà nell’industria musicale da molto tempo e che hanno lavorato tanto per arrivare a questo punto.
Nel 2025, la cantante Miki decise di intitolare il suo album Industry Plant come gesto di sfida contro l’uso sproporzionato del termine dispregiativo nei confronti delle artiste donne. Poi capovolse lo stigma rispondendo alle critiche di alcuni utenti di internet: «Questo titolo mi sembrava ovvio. Mi ha permesso di esprimermi finalmente su un argomento che non avevo mai affrontato prima. E cerco di parlarne nel modo più sottile e misurato possibile», spiega. «L’idea mi è venuta quando, per il mio compleanno, la mia migliore amica mi ha regalato una maglietta con la scritta “La piccola pianta industriale della mamma”. L’ho indossata la sera e ho pubblicato una mia foto su Instagram. Le reazioni sono state enormi, quasi come se avessi pubblicato una canzone. Ho pensato che probabilmente il modo migliore di reagire fosse quello di non spiegare nulla, accettare semplicemente l’etichetta che mi era stata appiccicata e lasciare che ognuno ne facesse ciò che voleva».
Baddie o Boss Lady
Dopo la parola Pookie, la carismatica e inventiva Aya Nakamura ha contribuito a rendere popolare la parola “Baddie” nel 2025 grazie al suo successo Baddies. Se “bad” significa “cattivo” in inglese, la “baddie” (che viene dal gergo afroamericano) non è una persona cattiva, ma una donna bella, look e sicura di sé, che osa dire quello che pensa. Un termine che definisce perfettamente la star francese ma anche la rapper Ice Spice, che ha chiamato uno dei suoi titoli del 2025 Baddie Baddie, accompagnato da un video girato alla Fashion Week.
Possiamo avvicinare la “Baddie” alla “Boss Lady”, questa donna intraprendente ed elegante spinta dalla rapper franco-congolese Teodora. Il suo antenato? La figura della tosta e carismatica “Bad b**ch” che inondava con la sua potenza e il suo sex appeal l’hip-hop degli anni ’90 e 2000.
Khia
Khia è la rapper passata come una meteora negli anni 2000 con il successo My Neck, My Back (2002). Da allora è sparita dai radar. Tuttavia, il nome dell’artista è rimasto nella memoria, in particolare grazie ai tweet dei fan di Nicki Minaj risalenti al 2014 in cui prendono in giro questa artista fuori moda. Nella bocca dei “Barbz” (gli amanti di Nicki Minaj), la parola “Khia” diventa sinonimo di “successo senza futuro” sul web.
Secondo il media americano The Cut, la parola “Khia” ha conosciuto una rinascita nel 2024 ma continua a impazzare su X (ex-Twitter) nel 2025. Chi si può considerare come una Khia? Chi non ne è una? Il dibattito infuria all’interno dei social network, dove molti utenti di Internet passano al setaccio le carriere relativamente infruttuose degli artisti musicali.
È ad esempio il caso di Katy Perry, che ha fatto molto parlare di sé grazie al suo tour nel 2025 dopo un lungo periodo a vuoto o di Zara Larsson. Lo stesso per Lily Allen, che ha fatto un ritorno clamoroso con un nuovo album quest’anno quando era considerata come finita. Si noti che il termine “Khia” prende di mira più le donne che gli uomini, esponendo le donne dell’industria musicale alle devastazioni di Internet…
Swag gap

Nel 2025, la parola “swag gap” era ovunque sui social network. La Tiktokeuse americana Almondmilkhunni ha affermato in particolare che ormai non desidera più vivere una storia d’amore che include uno swag gap. Questo termine è usato per designare un divario stilistico tra due partner. Durante un evento, lei può essere vestita in abito da sera e adornata con gioielli, mentre il suo compagno sembrerà alzarsi dal letto con un pigiama o un look streetwear trasandato.
Tra le coppie famose che illustrano questo divario, ci sono Kylie Jenner (sempre molto preparata e glamour) e Timothée Chalamet (che sembra un adolescente accanto alla sua campagna), ma anche Justin e Hailey Bieber che non hanno mai lo stesso dress code durante le loro uscite romantiche.
Cunti cunta

L’espressione “cunti cunta” è stata coniata dall’influencer Loeva Soltani, ma potrebbe essere estrapolata dal siciliano “comu veni si cunta”, come viene si racconta. È stata molto utilizzata quest’anno su Twitter, TikTok e Instagram. Si tratta di uno stile messy che ricorda l’estetica indie sleaze (molto presente nel 2025). A mille leghe dai look clean girl e quietluxury, questo look punk colorato e trasandato sembra uscito direttamente dagli anni 2010. Per adottarlo, si punta su pezzi spaiati ricercati di seconda mano, tonalità appariscenti o fluo e dettagli rock così come un taglio di capelli casuale e un atteggiamento rilassato. Una figura molto Brat insomma…
Delulu
“Delulu” è un termine slang nato dal K-pop, abbreviazione di “delusional” (delirante/illusorio), usato per descrivere in modo ironico o autoironico persone con fantasie irrealistiche, soprattutto verso celebrità, ma si è evoluto per indicare anche un ottimismo ostinato e una forte autostima per raggiungere i propri obiettivi, spesso riassunto nel mantra virale “delulu is the solulu” (essere deliranti è la soluzione).
Maranza
È una parola che esiste da decenni ma che da un paio d’anni si è cominciato a usare più di frequente, soprattutto a Milano e nel nord Italia e che adesso è diventata virale in tutt’Italia. Nel gergo giovanile o informale, la si usa per riferirsi a ragazzi e ragazze, in molti casi italiani di seconda generazione, che vivono nelle periferie, ascoltano musica trap e sono riconoscibili anche nell’abbigliamento: tute in acetato, scarpe da ginnastica, borsello e smanicato. Ha una connotazione negativa e spesso, appunto, se ne parla in relazione all’aumento di reati di microcriminalità.
Ragazzi e ragazze adottano uno stile di abbigliamento vistoso, un linguaggio ricco di slang, atteggiamenti sfacciati e una forte presenza sui social. Il look maranza è immediatamente riconoscibile: Tute o jeans slim abbinati a capi griffati (spesso falsi); sneakers chunky e occhiali da sole anche di notte; tagli di capelli con rasature laterali; borselli indossati come simbolo di status; TiTok invasi da pose, battute e coreografie. Etichettare i maranza come “teppisti” o “cafoni” è troppo facile e pericoloso. Dietro l’outfit si nascondono fragilità sociali e culturali che meritano attenzione.
Prima del recente uso però la parola maranza era stata molto usata tra gli anni Ottanta e Novanta, con un significato contiguo ma diverso. Secondo l’Accademia della Crusca inizialmente «il referente di maranza era il tamarro, legato al mondo della musica dance e dei locali notturni», e anche per Jovanotti nella sua canzone del 1988 – Il capo della banda – maranza era un sinonimo di tamarro: un ragazzo giovane maleducato che si sente libero di fare ciò che gli va. Anche l’enciclopedia Treccani descrive i maranza come giovani che fanno parte di «comitive o gruppi di strada chiassosi, caratterizzati da atteggiamenti smargiassi e sguaiati e con la tendenza ad attaccar briga».
